Accoglienza, Ofelia Ferrero Albero di Ravenna Must Act: «Non ci sono profughi di serie A o di serie B»

Ravenna | 26 Marzo 2022 Mappamondo

Samuele Staffa

«Oggi l'emergenza ucraina riscuote più attenzione perché anche noi europei abbiamo interessi diretti in questa vicenda e ci sentiamo toccati più da vicino. Sono fierissima della solidarietà dimostrata in tutti i Paesi europei, dalla Germania a Ravenna, verso le vittime del conflitto. Al tempo stesso, mi rattrista l'idea che tutte le attenzioni e tutti gli sforzi siano concentrati in una sola direzione. Ma non esistono profughi o persone di serie A o di serie B». Ofelia Ferrero Albero è una giovane studentessa spagnola che segue il corso di studi sui diritti umani e cooperazione internazionale al campus di Ravenna. Oggi si trova in Germania grazie al progetto Erasmus. Ma nei mesi scorsi, dopo un'esperienza nel campo profughi greco di Corinto, lungo la «Rotta balcanica», al suo ritorno in Romagna ha piantato il seme di Ravenna Must act, l'associazione con diramazioni in tutto il continente che vuole sensibilizzare gli enti locali e Bruxelles sul dramma che accompagna i migranti che cercano di raggiungere l'Europa.

Ofelia, come è nata l'idea di Ravenna Must act?

«La scorsa estate sono stata un paio di mesi in Grecia con l'associazione One Bridge to Idomeni di Verona e ho seguito un campo profughi a Corinto. Un'esperienza molto importante per me. Qui ho potuto vedere con i miei occhi le condizioni dei profughi sulla Rotta balcanica, ho conosciuto molte persone che si occupano di diritti umani e preso contatto con i volontari di Europa Must act: ragazzi provenienti da tutto il continente che, una volta tornati al Paese d'origine, si sono impegnati a sensibilizzare i concittadini su quello che succede lungo le tratte migratorie che portano in Europa. Così ho pensato di dare vita a Ravenna Must act».

Che attività hai portato avanti con i profughi a Corinto?

«Ho ascoltato le loro storie. Oggi, solo pochi soggetti, come la Croce Rossa, possono lavorare all'interno dei campi profughi. One Bridge to Idomeni è ben organizzata e gestisce un community center dove i migranti possono trovare generi alimentari e, su appuntamento, incontrare medici per avere assistenza sanitaria. E' importante scandire le settimane con date e impegni da seguire. Qui i profughi trovano anche informazioni di vario tipo e possono passare un po' di tempo con i volontari, magari davanti a un caffè o ad un gioco passatempo. Poi negli ultimi mesi è nata una scuola dove si insegnano lingue e informatica. Io insegnavo tedesco».

Da dove provengono i profughi del campo?

«Molti di loro vengono dall'Africa, ad esempio dal Sudan, e hanno attraversato il Mediterraneo col gommone fino alla Turchia. Altri vengono dal Medioriente, dall'Afghanistan, dall'Iran, dalla Siria. Alcuni di loro sono bloccati nel campo da due anni e non sanno quando ne usciranno».

Qual è lo scopo di Ravenna Must act?

«Sensibilizzare la comunità e le istituzioni locali su questo fenomeno. Anche se non è sotto i nostri occhi tutti i giorni, quello che accade in Grecia o nelle regioni meridionali di Italia e Spagna è un problema anche nostro. Abbiamo redatto il testo di una delibera e la stiamo sottoponendo alle istituzioni locali. Vogliamo spingere le amministrazioni comunali a richiedere all’Unione Europea di trasferire i migranti bloccati negli hotspot sovraffollati delle isole greche in un Paese europeo che ne tuteli i diritti. Chiediamo all'Europa di adottare una politica migratoria solidale e fondata sui diritti umani che possa garantire condizioni di accoglienza dignitose. Firenze e alcune municipalità hanno adottato questa delibera. Poi, dopo il voto nei consigli comunali, vogliamo portare il documento all'attenzione del Parlamento europeo. Certo, servirà molto tempo».

Come è nato il ramo ravennate dell'associazione?

«Sono convinta che, per far bene le cose, occorra partire da piccoli gruppi. Poi, una volta gettate le basi, l'organizzazione si può ingrandire. All'inizio ho parlato con amici e compagni di università. Ragazzi provenienti da diverse località italiane e straniere che si trovano, per motivi di studio, a Ravenna. Così è nato un gruppo di una ventina di persone, che poi si è allargato ai ravennati. Non possiamo certo immaginare di fare tutto da soli. Per fortuna, quello di Ravenna è un territorio molto attivo: ci sono molte associazioni ed il Comune è molto aperto. Manca, forse, un dialogo tra le diverse realtà. Per questo vogliamo creare un network tra tutti i soggetti interessati».

Avete anche messo in piedi una raccolta di generi alimentari da spedire al campo di Corinto...

«Si, abbiamo appena concluso la prima raccolta di cibo inviato in Grecia: questi generi vanno a finire nei free shops situati fuori dai confini del compo. Si tratta di diversi punti di distribuzione che ricordano le spese in città e riproducono una situazione di normalità: non ci sono pacchi razionati, ma ognuno sceglie quello che preferisce. Concentrare tutto il cibo nello stesso punto di distribuzione sarebbe meno dignitoso. Vogliamo replicare l'iniziativa tra qualche mese. Poi volevamo partire a gennaio, ma siamo stati frenati dal Covid, con una tavola rotonda aperta a enti, migranti, cittadini e associazioni di Ravenna per parlare di immigrazione sul territorio e 'misurare' l'interesse verso questo tema. Inoltre abbiamo intenzione di organizzare giornate di approfondimento sulla Rotta balcanica e curare una mostra fotografica».

Avete una sede?

«In questi mesi ci siamo appoggiati alla sede di CittAttiva di fronte alla stazione ferroviaria per i nostri incontri e per la raccolta di generi alimentari. E per la raccolta di cibo alcuni sostenitori hanno messo a disposizione le proprie abitazioni».

Ravenna, secondo te, è una città accogliente?

«Si. Ho portato avanti un tirocinio per il Comune di Ravenna e ho notato i tanti progetti dedicati all'integrazione. Anche le persone con cui mi sono trovata a collaborare mi sono sempre state vicine. Poi vi sono diverse associazioni molto attive, da Refugees Welcome a Emergency. Ravenna è il posto giusto per portare avanti queste attività».

Oggi si parla sempre di Ucraina. Il rischio è quello che le altre emergenze umanitarie passino in secondo piano?

«Accade sempre così. La scorsa estate si parlava di Afghanistan. Oggi si parla di Ucraina. Ma in questo caso l'argomento riscuote più attenzione perché anche noi europei abbiamo interessi diretti in questa vicenda e ci sentiamo toccati più da vicino. Sono fierissima della risposta e della solidarietà dimostrata in tutti i Paesi europei, dalla Germania a Ravenna, verso le vittime del conflitto. Al tempo stesso, mi rattrista l'idea che tutti gli sforzi siano concentrati in una sola direzione. Ravenna Must act, rivolgendosi alla rotta balcanica, vuole rimettere al centro dell'attenzione drammi che vengono sottovalutati. Non esistono profughi o persone di serie A o di serie B».

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