Terenzio Maria Servetti: «Cerdomus cavallo di razza, ma serve allenamento. L'investimento Usa per aumentare l'export»

Faenza | 26 Febbraio 2017 Economia
«La Cerdomus è uno stallone di razza e quindi può migliorare nettamente le sue performance in poco tempo. Piccoli cambiamenti ci sono stati; ora servono investimenti a cui stiamo lavorando concretamente». Terenzio Maria Servetti, 60 anni, bolognese di nascita, forlivese d’adozione, in rappresentanza del maggiore azionista e uno degli amministratori delegati di Capper-No (presieduta dalla bolognese Barbara Berselli), è da qualche settimana alla guida di Cerdomus su cui è molto chiaro nel dipingere la visione che ha per l’importante industria ceramica di Castel Bolognese che occupa direttamente circa 200 persone.
Servetti, come è arrivato alla guida di Cerdomus?
«Il gruppo Capper-No è l’azionista di maggioranza relativa di Cerdomus dal 1990 e tuttora non abbiamo la maggioranza assoluta: in questi anni siamo passati dal 25% al 40%. Per anni è stato solo un investimento finanziario e chi guidava l’azienda era Cesare Biancini che ha avuto nel tempo dal 7% al 12,5% attuale. Fino a quattro anni fa abbiamo funzionato come una cooperativa, poi quando le cose hanno iniziato a non andare più bene ho chiesto di intervenire direttamente. Al rifiuto, me ne sono andato con il gruppo di dirigenti che vano riferimento a Capper-No, rimanendo solo soci. Evidentemente qualcuno ci ha ripensato perché, all’ultima assemblea di Porcellana Castello (la holding a cui fa capo il marchio Cerdomus) che poteva confermare gli amministratori, tre soci (su otto) che insieme detengono la maggioranza assoluta hanno votato affinché io diventassi l’amministratore di tutto il gruppo. L’uscita di Capper-No nel 2013 ha, evidentemente, inciso sull’azienda, ed alcuni soci semplicemente hanno deciso che forse era meglio non litigare quattro anni fa: le mie proposte di allora vengono oggi condivise, perlomeno dalla maggioranza assoluta, quindi mi hanno chiesto di tornare a tutto tondo, rilevando la vecchia guardia. Naturalmente l’atmosfera non è stata un granché serena, ma è stato fatto tutto con grande signorilità da ambo le parti. A questo punto il compito è importante, le idee di Capper-No sono totalmente diverse dalla precedente gestione, come si vede dalle persone che stanno già ribaltando l’azienda, partendo dalle situazioni ordinarie, poi passeremo agli investimenti. E’ un cambio che sento come necessità esogena, ma lo sentiva anche l’azienda come necessità endogena. Alla guida comunque non ci sono solo io, ma la Capper-No e il gruppo di manager che ne fanno parte: io ci metto la faccia e l’impegno, ma non sono certamente un uomo solo al comando: sarebbe, francamente, ridicolo».
Qual è la filosofia di Capper-No?
«L’azienda, fondata nel 1922 a Milano dal nonno di cui porto il nome, poi a Bologna negli anni Cinquanta e, nella forma attuale, dagli anni Settanta nel forlivese. Le linee guida sono due: avere solo partecipazioni di minoranza, in completa controtendenza con il capitalismo italiano e fare consulenza alle aziende partecipate in maniera così importante da rendersi indispensabili. Se tu sei così bravo che i tuoi soci non possono fare a meno di te, ti basta avere il 25%, mentre se non sei capace, puoi avere anche il 90% ma l’azienda va o andrà a fondo. Mi sembra che, al momento, i fatti ci diano ragione.
Le è stato chiesto di tornare per avere discontinuità. Quali sono le idee?
«L’azienda deve razionalizzare i costi, che per troppo tempo sono stati devoluti allegramente e deve essere riefficentata dal punto di vista industriale: gli ultimi impianti termici li ho acquistati io nel 1998, mentre l’industria ceramica, per merito soprattutto di Sacmi, è passata da 1.5 a 4.0 e invece noi no. Va fatta una piccola rivoluzione industriale: se saremo così bravi da vendere più prodotto, non ci sarà nessun riflesso sull’occupazione. Dovremo essere bravi noi a portare il fatturato a livelli più alti di quelli di oggi. Dieci anni fa Cerdomus fatturava 70 milioni di euro; nel 2016 ne ha fatturati 40, mentre con i macchinari giusti e col personale che ha ne dovrebbe fare tranquillamente 120. Per altri versi invece Cerdomus è stratosferica: dopo il gravissimo incidente che abbiamo avuto nel 2009, oggi l’azienda ha un livello di sicurezza formidabile che io non avrei saputo attuare perché non bastano i soldi, ma serve anche passione per quel genere di cose».
Tra i piani ha anche un investimento negli States.
«Quello che speriamo di fare in America non inciderà sullo stabilimento Italiano, anzi. Porti know how e nome, ma non il made in Italy che è e resta qui: e diversamente non può essere. E’ molto probabile che faremo il contrario, ossia porteremo in America un altro prodotto-progetto. E’ un investimento che serve per allargare il mercato là: al nostro prodotto di alta gamma affiancheremo un buon prodotto tecnologico. La settimana scorsa ho avuto ospiti quattro Dirigenti Sacmi per studiare l’impianto per gli Stati Uniti e il total revolving di Castel Bolognese».
Dove lo farete?
«Probabilmente in Tennessee dove c’è il distretto ceramico, anche se l’argilla non le prenderemo da lì, ma dalla Mesopotamia dove c’è il miglior feldspato al mondo. Lì ci sono i grandi fornitori, tra cui Sacmi, e i servizi».
Insomma a Castello ci sarà un cambio totale?
«Se ne avremo la forza sì».
Esportate molto, ma pare di capire che volete aumentare?
«Per ora esportiamo tra il 75% e l’80%, ma l’obiettivo è crescere. Circa la metà del fatturato è fatto in Canada, Stati Uniti e Messico».
Una decina d’anni fa Capper-No era in lizza per comprare Alitalia, poi finita ai cosiddetti «Capitani coraggiosi». Un affare non andato in porto, non trova?
«E’ vero, anche se noi di fatto eravamo solo un intermediario che aveva i requisiti per acquistarla. L’imprenditore cliente, sorridendo, mi ha ringraziato per non essere riusciti».
Capper-No è una realtà articolata. Che cosa fate?
«Sono entrato in azienda a 18 anni e mezzo, sposando la filosofia di mio nonno e mio padre. Dopo 40 anni di lavoro potrei ritirarmi, ma sogno e spero come il primo giorno. Oltre alla ceramica, amministriamo società in altri settori con manager qualificati: dal packaging alla meccanica, alla sanità privata, fino al brokeraggio bancario e assicurativo».

Christian Fossi
 
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Vai TERRY, sbaraglia l'attuale management obsoleto e conservatore.
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