IL CASTORO | Una faentina in missione per l'Osce in Serbia

Faenza | 13 Giugno 2018 Blog Settesere
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Se è vero che Faenza è una città di provincia, è altrettanto vero che anche i faentini vanno molto lontano. È questo il caso di Denise Mazzolani, che ha studiato al liceo linguistico di Faenza e si è poi laureata in giurisprudenza e criminologia. Grazie alla sua forte personalità è riuscita a farsi strada e ora lavora per l’Osce.

L'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea è l’organismo nato nel 1975 dalla conferenza di Helsinki, ideata per tenere insieme l’Europa dopo la guerra fredda: l’organismo aiuta a superare le divergenze e a rafforzare la fiducia fra gli Stati, questo attraverso la cooperazione nel campo della prevenzione dei conflitti, della gestione delle crisi e della ricostruzione post conflittuale. In particolare la missione serba, avviata l’11 gennaio 2001 su invito del governo dell'allora Repubblica Federale di Iugoslavia, aveva fissato alcuni scopi: assistere il governo e la società serba nella promozione e nel rafforzamento delle istituzioni democratiche, promuovere lo stato di diritto, la riforma delle forze di polizia in un unico corpo e sostenere lo sviluppo di media liberi al servizio dei cittadini. Denise in questo periodo vive a Belgrado, la capitale della Serbia, e qui porta avanti la sua missione: battersi per il dialogo, per i diritti e la legalità nel mondo.

Denise, com'è la tua giornata tipo?

«Ogni giornata comincia con il press briefing: abbiamo un ufficio che si occupa di leggere i giornali e i social, che deve riassumere a noi capi dipartimento o ad altro staff cosa sta succedendo in Serbia e nella regione. Di solito poi durante la giornata posso avere da due a quattro o più riunioni con le nostre controparti, fra le quali il Ministero dell'Interno e della Difesa serbi, la magistratura, l’Onu, altre organizzazioni non governative, la Nato e ambasciate di altri Stati. Le riunioni servono a capire come stanno procedendo le attività che l'Osce ha concordato con il governo, se c’è bisogno di cambiare qualcosa o se sta andando tutto come previsto. Di solito le attività si riferiscono, in particolar modo per il mio dipartimento, alle riforme in corso in settori chiave come giustizia, difesa, sicurezza, dialogo con la società civile, cooperazione regionale e internazionale. Analizziamo le leggi e le modifiche alla legislazione, dando pareri al governo, inoltre facilitiamo il coordinamento tra vari ministeri e istituzioni, organizziamo training e corsi per ufficiali serbi, polizia, giudici etc. Alla fine della giornata interagisco sempre con il nostro quartiere generale, che è a Vienna, per questioni di tipo amministrativo e di attività regionali, che interessano anche altri paesi nei Balcani».

Dopo la guerra dei Balcani, la Serbia sta migliorando la situazione?

«La cooperazione con i Paesi limitrofi, inclusa l’Albania, sta migliorando considerevolmente. Rimane la questione spinosa e politica del Kosovo dopo la proclamazione di indipendenza del 2008, per la quale si sta cercando di identificare una soluzione accettabile anche per la Serbia. L’Unione Europea ha più volte ribadito che la Serbia potrà entrare a far parte degli stati membri solo se prima la questione Kosovo sarà risolta. Internamente le riforme stanno migliorando il debito pubblico, ma assistiamo ad una forte centralizzazione. Inoltre resta problematica la questione dell'indipendenza della magistratura e della libertà dei mezzi di informazione pubblica».

C’è un episodio particolare della tua carriera in cui sei riuscita a risolvere dei problemi?

«Abbiamo fatto un buon lavoro costituendo un network di Procure specializzate nel contrastare la criminalità organizzata e il terrorismo. Per quanto riguarda le indagini di tipo penale, è naturale che si sfoci molto spesso in casi che interessano più Paesi. Questi crimini, per loro natura, sono transnazionali, purtroppo però le modalità di scambio di informazione tra Stati, sono ancora soggette a convenzioni legali che implicano spesso lunghe procedure amministrative. Per cui, se vi è urgenza di ottenere l'informazione utile a un'altra Procura di un altro Stato, bisogna attendere troppo tempo e magari l'informazione necessaria arriva dopo un mese o due, quando il caso si è già sviluppato in altre direzioni. Inoltre se esistono meccanismi per facilitare lo scambio in ambito europeo, gli stessi mancano tra paesi dell’Ue e non. Così, per facilitare la cooperazione tra diversi Stati, abbiamo usato la Convenzione di Palermo del 2000 e abbiamo messo insieme 11 Procure (Albania, Bulgaria, Romania, Slovenia, Croazia, Ex Repubblica Iugoslava di Macedonia, Bosnia ed Erzegovina, Italia, Ungheria, Montenegro, Serbia), che hanno sottoscritto una dichiarazione di intenti nel 2016 a Belgrado, per identificare diverse modalità di scambio».

Quale è il ruolo di queste procure?

«Devono garantire un immediato riscontro alla richiesta di un altro Stato. Per ottenere informazioni tempestive è stato necessario rafforzare la fiducia fra le Procure e gli Stati, così che le indagini contro la criminalità organizzata e il terrorismo possano essere più celeri ed efficaci. Il network, considerata la volontà di cooperare di più e meglio, si è trasformato in una conferenza permanente e ha istituito un segretariato che sarà ospitato su base quadriennale da un diverso stato, ora è in Serbia».

Cosa pensa della situazione del paese un giovane serbo?

«Per risponderti cedo la parola a Milica, una ragazza di Belgrado: Io trascorro - racconta la diciassettenne - la maggior parte del tempo con la famiglia e gli amici. I miei genitori sono i miei modelli. Credo che mi piacerebbe vedere un migliore quadro istituzionale, vorrei più partecipazione alla vita pubblica. Dovrei conoscere meglio il sistema politico che qui vige, ma ho ancora bisogno di sviluppare un'idea su come fare a parteciparvi e ho anche bisogno di un ambiente sociale che mi aiuti a essere più attiva e a sviluppare la conoscenza di ambiti diversi, quali cultura, vita pubblica e politica. A volte penso che vorrei lasciare la Serbia, perché fuori riuscirei a trovare un lavoro ben pagato, che renderebbe anche possibile creare un futuro migliore per me e la mia famiglia. In realtà mi piacerebbe essere in grado di trovare qui un lavoro adatto alla mia età, ma sono consapevole che le possibilità d'impiego sono scarse. Credo anche che la scuola dovrebbe prepararci meglio sul mondo esterno e sulle opportunità che questo ci offre. La mia passione è viaggiare, vorrei essere in grado di farlo di più per incontrare persone di tutto il mondo, poiché credo che questa esperienza abbia più valore di qualsiasi ricchezza materiale».
 

Martina Panzavolta

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