Alessandro Benvenuti modernizza Molière al Masini con la regia di Ugo Chiti

Faenza | 28 Gennaio 2019 Cultura
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Federico Savini
«Non credo sia una provocazione affermare che l’Avaro che portiamo in scena oggi è superiore all’originale, se non altro per i gusti e il pubblico di oggi s’intende». Non ha la soggezione del classico Alessandro Benvenuti, che da martedì 29 a giovedì 31 gennaio sarà in scena al teatro Masini di Faenza con l’Avaro di Molière, caposaldo del teatro comico che però non preoccupa affatto l’espertissimo e poliedrico attore toscano. In primis perché la data faentina è sì una prima, ma è l’incipit di un fortunato allestimento dell’Avaro che comincerà a girare teatri per il terzo anno consecutivo, con la regia e l’adattamento di Ugo Chiti e un cast di attori capitanati da Alessandro Benvenuti, naturalmente nel ruolo di Arpagone.
«E’ uno spettacolo collaudatissimo e funzionante – conferma Benvenuti -, sicché non abbiamo cambiato nulla e a Faenza andrà in scena lo stesso spettacolo che ha avuto grande successo in tutta Italia».
Difficile pensare a qualcosa di più classico dell’Avaro nel teatro brillante. Cosa ci racconta ancora di nuovo Molière?
«Ci ha lasciato Arpagone, davvero un grande personaggio, inserito però in una piccola commedia. La fortuna di questo testo è dovuta proprio ad Arpagone, che incarna un vizio e un lato degli esseri umani che non si estinguerà mai. L’abilità di Ugo Chiti è stata quella di deviare dalla banalità insita nel testo».
Ossia?
«Beh, riassumendolo per le pance degli italiani, l’Avaro tratta di un anziano che si vuol fare una giovane e lei però non vuole farsi fare da lui, ma preferisce un giovane. C’è qualcosa di più banale?».
In effetti… Quindi su cosa avete puntato?
«Ugo è partito naturalmente dall’amore per il danaro di Arpagone ma ha puntato molto sulla sua frustrazione di padre, rammaricato dal fatto che il figlio non ha per la finanza e gli investimenti la stessa passione che ha animato lui per tutta la vita. Per lui l’avarizia è una virtù che non riesce a tramandare al figlio! Chiti ha davvero restaurato il testo, eliminando i difetti e le ripetizioni dell’originale di Molière. Ne ha fatto uno spettacolo secco, veloce, allegro, con tempi comici adatti all’oggi».
Non uno stravolgimento, comunque…
«Stravolgimento no, ma ci sono un prologo e un epilogo che non esistono nel testo originale. Molière praticamente non aveva scritto un vero finale per l’Avaro, mentre Chiti ha costruito sulla figura di Arpagone e il suo doloroso amore per il danaro un epilogo che dà forza e ragione a quello che lo spettatore vede. E’ un finale degno di questo nome».
Lei è anche regista dello spettacolo «Artusi, bollito d’amore», con Vito e Maria Pia Timo. Cosa l’ha spinta a lavorarci?
«Me ne ha parlato Vito e io ho un amore viscerale per lui, è proprio un amico di famiglia con il quale ho lavorato a lungo, scrivendogli anche diversi spettacoli. E questo è un bello spettacolo, scritto molto bene da Roberto Pozzi; uno spettacolo volutamente “all’antica” che ho scelto di “rivestire” come meritava, con tutta la classicità da commedia dell’arte di cui è intriso. Per me era una sfida, un campo di sperimentazione nuovo. Era giusto rappresentarlo con una raffinatezza da filodrammatica, rispettandone la sua cifra poetica. Penso che il risultato tenga fede all’equilibrio con il quale l’autore ha scritto il testo. E poi è stato un piacere lavorare con Maria Pia Timo, che non conoscevo ed è un vero vulcano!».
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