Sudan, cronaca di una guerra dimenticata che non ha fine tra esercito e paramilitari

Emilia Romagna | 19 Aprile 2026 Blog Settesere
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Arua Charfi - Non si tratta di un conflitto scoppiato improvvisamente. La guerra che dal 15 aprile 2023 devasta il Sudan è l’ultimo capitolo di una lunga storia di instabilità politica, lotte di potere interne e interessi internazionali, che hanno segnato il paese sin dal 1956, anno dell’indipendenza. Dopo decenni di colpi di Stato, governi militari e guerre civili, il Sudan è rimasto intrappolato in una struttura di potere dominata dalle forze armate e da reti politico-militari. In particolare il conflitto dei primi anni Duemila nella regione del Darfur, caratterizzato da massacri e persecuzioni contro comunità non arabe come i masalit, portò la Corte penale internazionale a emettere mandati di arresto per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio. Tra i destinatari figurava l’allora presidente Omar al-Bashir, rimasto a lungo al potere nonostante le accuse internazionali. La caduta di al-Bashir nel 2019 aveva acceso la speranza di una transizione democratica, interrotta però dal colpo di Stato militare dell’ottobre 2021, quando del potere si è impossessata una giunta composta dall’esercito regolare (Saf) e dalle Forze di supporto rapido (Rsf): paramilitari eredi delle milizie attive in Darfur. Le tensioni tra le due forze armate, legate soprattutto alla riforma della sicurezza e all’integrazione delle Rsf nell’esercito regolare, sono esplose nell’aprile 2023 con scontri armati a Khartoum, poi estesi al Darfur, al Kordofan del Nord e allo stato di Gezira. Quella che era una lotta di potere interna si è rapidamente trasformata in guerra su larga scala contro la popolazione civile: bombardamenti su mercati, ospedali, campi per sfollati e abitazioni, assedi e attacchi a sfondo etnico hanno causato una catastrofe umanitaria senza precedenti. Secondo Sandra Federici, direttrice della rivista Africa e Mediterraneo, che da anni approfondisce le realtà sociali, culturali e artistiche dell’Africa: «Le emergenze più gravi sono l’enorme numero di rifugiati e sfollati interni, il collasso dei sistemi sanitari e soprattutto l’insicurezza alimentare. Oltre 25 milioni di persone, pari a circa la metà della popolazione, soffrono di fame acuta a causa della guerra». Accanto alle responsabilità interne, il conflitto è alimentato da interessi economici e strategici internazionali. «Questa guerra civile ha una risonanza geopolitica che va ben oltre il Sudan - spiega Federici: la posizione del paese, affacciato sul Mar Rosso e vicino al Canale di Suez, lo rende un nodo cruciale per le rotte commerciali e un terreno di interferenze esterne. Le potenze regionali, come Egitto, Libia ed Etiopia, sono attratte dalle risorse naturali, soprattutto oro e petrolio, e parteggiano per una o l’altra fazione». Nonostante un embargo sulle armi imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu (limitato però al Darfur), il flusso di armamenti è proseguito con forniture militari provenienti da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. «Il Segretario generale António Guterres ha denunciato la terribile escalation e il sostegno militare fornito alle parti in guerra, che ostacola le soluzioni politiche e l’ambasciatore sudanese presso l’Ue ha chiesto ai paesi coinvolti di bloccare la vendita di armi, ma alle dichiarazioni non sono seguite misure restrittive concrete», sottolinea la direttrice di Africa e Mediterraneo. Le iniziative diplomatiche internazionali si scontrano con la mancanza di una reale volontà di compromesso tra le parti in guerra. Come afferma Mohamed Siddig, coordinatore del Comitato internazionale per la pace in Sudan, «ci si muove solo quando esplode l’emergenza, manca continuità». Accanto ai tentativi diplomatici istituzionali e agli interventi delle grandi organizzazioni internazionali, realtà della società civile lavorano per mantenere alta l’attenzione sulla crisi sudanese e per sostenere concretamente la popolazione. Tra queste, il Comitato per la pace in Sudan, con sede principale a Bologna, promuove informazione corretta, solidarietà e fa pressione politica. «In una crisi così, i comitati sono spesso il ponte tra bisogni reali e risposte possibili -spiega Siddig. Non sostituiamo lo Stato né le grandi agenzie, ma intercettiamo bisogni che non arrivano nelle statistiche, difendiamo la narrazione dei civili, costruiamo fiducia e reti. Perché la pace non è solo un accordo: è ricostruire comunità». Nonostante la gravità della crisi umanitaria, il conflitto sudanese è progressiva- mente scomparso dall’attenzione dei media internazionali. Come osserva Sandra Federici, «in un’emergenza come questa il silenzio dei media è devastante: il pubblico rischia di percepire la crisi come distante o inevitabile e così, spesso, l’Africa viene vista come un continente di guerre e povertà, senza distinguere le singole realtà dei 54 paesi». Mohamed Siddig sottolinea le conseguenze di questa assenza di visibilità: «cala la pressione politica, diminuiscono fondi e solidarietà e cresce l’idea che la popolazione intrappolata nel conflitto sia ‘condannata’ a una crisi permanente». Eppure, all’interno del paese, la società civile resiste: «Molti -conclude- agiscono senza armi, con iniziative comunitarie, volontariato, educazione informale, documentazione delle violazioni e sostegno agli sfollati. È una resistenza silenziosa ma fondamentale»
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