Ravenna, Ottavia Piccolo all'Alighieri con lo spettacolo 'Matteotti. Anatomia di un fascismo': «Il teatro è un atto di democrazia»

Michela Ricci - Riconoscere i segnali, quando la storia cambia direzione, è sempre difficile. Eppure c’è stato chi, come Giacomo Matteotti, li aveva visti in anticipo e con grande lucidità. Da questa consapevolezza nasce «Matteotti. Anatomia di un fascismo», lo spettacolo scritto da Stefano Massini, diretto da Sandra Mangini e interpretato da Ottavia Piccolo, una delle attrici più autorevoli della scena italiana, da oltre vent’anni impegnata nel teatro civile. «Matteotti» andrà in scena al teatro Alighieri di Ravenna il 27, 28 e 29 marzo. Con l’aiuto delle musiche di Enrico Fink eseguite dal vivo dai Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, lo spettacolo ripercorre la tragica parabola di un uomo che, nell’Italia dei primi anni Venti, seppe comprendere la gravità dell’ascesa del fascismo. Matteotti prese la parola, pubblicamente e instancabilmente, nei suoi scritti e nei suoi discorsi: una parola chiara, fondata sui fatti, che smascherava. Per questo fu ucciso. Con questo lavoro, Ottavia Piccolo restituisce non solo il sacrificio, ma la forza politica e la capacità di leggere il proprio tempo di una delle figure più lucide e scomode della storia italiana.
La figura di Giacomo Matteotti è molto conosciuta, ma spesso solo nei suoi contorni più generali. Anche per lei era così, prima di iniziare a lavorare allo spettacolo?
«In un certo senso sì. Forse sapevo qualcosa in più della media, perché avevo letto molto su quel periodo storico ma, come molti, conoscevo soprattutto il suo assassinio. Meno chi fosse davvero, da dove venisse, cosa avesse fatto concretamente. Per questo, dopo aver letto il testo di Massini, mi sono documentata: ci sono molti libri sulla sua figura e anche lettere bellissime tra lui e la moglie, Velia Titta. Naturalmente lo spettacolo non è un documentario: non raccontiamo i fatti per filo e per segno, ma cerchiamo di restituire atmosfere e sentimenti. C’è però un episodio reale che abbiamo rielaborato teatralmente: pochi giorni dopo il rapimento, Velia Titta incontrò Mussolini. Non sappiamo esattamente cosa gli disse, ma nello spettacolo immaginiamo che gli rivolga le parole che lei stessa scrisse poco dopo: era sicura che suo marito fosse morto, che prima o poi avrebbero trovato il corpo e diffidava Mussolini e i dirigenti fascisti dal presentarsi alle esequie. È un momento molto forte, che restituisce il coraggio e la forza di questa donna, capace di non lasciarsi intimidire in un momento drammatico».
Matteotti aveva capito prima di molti altri cosa stava accadendo. Perché è così difficile riconoscere i segnali del cambiamento nella storia?
«Se lo sapessi, darei la ricetta a tutti. La storia dell’avvento del fascismo è stata studiata a lungo, eppure ancora ci si chiede perché molti non abbiano voluto vedere, mentre altri avevano capito benissimo ma hanno scelto di aderire, per convinzione o per interesse. C’è stato anche chi pensava di poter controllare Mussolini e poi rimettere a posto le cose: un’illusione, perché lui sapeva perfettamente cosa voleva e ha intercettato un bisogno molto diffuso, quello dell’uomo forte. La verità è che la democrazia è più faticosa, perché richiede partecipazione e responsabilità. È più semplice lasciare che qualcuno decida al posto nostro, affidarsi alla figura di un uomo o una donna forte che promette di risolvere tutti i problemi. È una tendenza che vediamo anche oggi, ma che esisteva già allora: molti scelsero di non vedere o di affidarsi a chi prometteva soluzioni semplici. Per questo la vicenda di Matteotti ci parla ancora. Lui aveva capito tutto e ha scelto di non tacere, nonostante sapesse che sarebbe diventato un bersaglio».
Cosa ci lascia in eredità oggi Matteotti?
«Ci mostra che il fascismo, e i fascismi in generale, non arrivano all’improvviso: crescono attraverso piccoli cambiamenti, spesso mascherati dalla propaganda. Non credo che in Italia si possa tornare a quel fascismo, ma in molti Paesi vediamo segnali preoccupanti: una tendenza alla sopraffazione, il rischio di mettere in discussione la democrazia. Che certamente è una forma di governo difficile, complicata, farraginosa, ma è l’unica che abbiamo e dobbiamo cercare di farla funzionare. Matteotti aveva capito che, se la lasciamo indebolire, smettiamo anche di occuparci della cosa pubblica, della ‘res publica’, come la chiamavano già i Romani: ciò che appartiene a tutti, alla comunità. Oggi invece vedo molte persone completamente disinteressate: l’importante è gestire la propria quotidianità, mentre ciò che accade nel Paese o nel mondo - anche le guerre - sembra riguardarci solo quando ci tocca da vicino».
In un tempo in cui la partecipazione sembra indebolirsi, il teatro può essere ancora un atto politico?
«Certo, il teatro nasce politico, perché è per la comunità, quella che i greci chiamavano ‘polis’. Non significa che debba per forza schierarsi: può raccontare qualsiasi cosa, ma mette in moto il cervello, e questo oggi ci capita sempre meno, abituati come siamo a essere spettatori passivi. Il teatro invece richiede partecipazione: bisogna uscire di casa, andare in un luogo insieme ad altre persone e condividere un’esperienza. È, in qualche modo, un atto di democrazia. Quando alla fine dello spettacolo si accendono le luci e vedo il pubblico, penso sempre che sia bellissimo: quelle persone hanno scelto di essere lì, nessuno le ha obbligate. Hanno deciso di ascoltare, di condividere. E questo, ogni volta, mi sembra un piccolo miracolo».
Lei lavora da molti anni con Stefano Massini. Che cosa trova più stimolante nei suoi testi?
«Lavoriamo insieme da più di vent’anni, e ogni volta mi colpisce la sua capacità di rendere contemporaneo qualsiasi argomento, anche il più lontano nel tempo. Questo è il decimo testo che porto in scena di Massini e, pur riconoscendo sempre il suo stile, ogni lavoro è diverso, inaspettato. Continua a sorprendermi e a coinvolgermi».
Tornare a Ravenna ha per lei un significato particolare?
«Sì, perché ho un ricordo molto affettuoso legato a questa città. Poco prima di sposarmi, nel 1974, ho fatto proprio al teatro Alighieri di Ravenna le foto che sarebbero poi state usate per il mio matrimonio. All’epoca non c’erano i mezzi di oggi e il fotografo doveva prepararle in anticipo, così le scattammo lì, in un palchetto. Ricordo che comprai il bouquet a Ravenna e mio marito un cappotto per l’occasione: è stato un momento divertente e molto speciale. Per questo, ogni volta che faccio tappa qui, è sempre un piccolo ritorno a quel momento».