Ravenna, il «Brontolon» di Goldoni ha il volto di Branciaroli, lo spettacolo al teatro Alighieri dal 4 al 7 dicembre

Un brontolone così, oggi come due secoli fa, capita ancora di incontrarlo. Scontroso, diffidente, convinto che il mondo complotti contro di lui: Sior Todero, protagonista della commedia che Carlo Goldoni scrisse nel 1762, è un ‘rustego’ che non ha nulla della bonaria goffaggine dei quattro burberi dell’altra celebre pièce veneziana. Avaro, imperioso, irritante con la servitù, opprimente con il figlio e la nipote, permaloso fino alla paranoia. Sembrerebbe impossibile empatizzare con una simile figura, eppure resta uno dei ruoli più amati dal pubblico e dagli attori, fin dal debutto veneziano del 1762.
Dal 4 al 7 dicembre, al teatro Alighieri di Ravenna, quel personaggio ruvido e irresistibile avrà il volto e la voce di Franco Branciaroli, diretto da Paolo Valerio. Dopo l’originale e dissacrante Shylock nel «Mercante di Venezia» shakespeariano, Paolo Valerio e Franco Branciaroli tornano a collaborare nella rilettura di questo classico del teatro, che può ancora parlare al mondo contemporaneo. Valerio sceglie per questa messa in scena un’ambientazione insolita e potentissima: il retropalco di una famiglia di marionettisti: «Mi piaceva l’idea che Franco Branciaroli, in scena, fosse come un grande marionettista che soprintende i movimenti di tutti. Lui pensa di comandare, ma alla fine ci si rende conto che non controlla niente: anzi, questo protagonista viene comandato». A incarnare questa tensione sono proprio le marionette: presenze sceniche che non si limitano a fare da cornice, ma diventano veri alter ego degli attori, specchi dell’inconscio, doppio oscuro dei personaggi. È qui che la rilettura di Valerio trova la sua originalità. Il mondo di Goldoni e quello delle marionette si sovrappongono in un microcosmo sospeso tra realtà e immaginazione, dove il corpo dell’attore diventa esso stesso meccanismo, macchina, talvolta docile, talvolta ribelle alla volontà del personaggio. Le marionette come lato oscuro, per sopportare e reagire all’orrore domestico della famiglia di Sior Todero, per sopportare e superare un personaggio odioso ed egoista, rappresentazione, nel peggiore dei casi, del genere maschile. La forza della commedia sta anche nella lingua, di straordinaria forza poetica, che riesce a restituire tutta l’attualità di un testo scritto secoli fa. Sul palco va in scena una dark comedy pungente, che affonda nella manipolazione e nelle dinamiche di potere, mettendo al centro un protagonista cinico e insieme tragicamente umano. Branciaroli dà a Sior Todero un’energia corrosiva e quasi magnetica, restituendo un personaggio che fa sorridere e irrita, ma che, come spesso accade nei capolavori, finisce per somigliare un po’ a tutti noi: alle nostre rigidità, alle paure che cerchiamo di travestire da autorità, ai fili invisibili che crediamo di manovrare mentre, forse, siamo noi a esserne tirati.