Ravenna, il 28 all'Alighieri la storia di Franca Viola, la prima donna a rifiutare il matrimonio riparatore: «Quel 'no' ha cambiato l'Italia delle donne»

Emilia Romagna | 24 Novembre 2025 Cultura
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Michela Ricci - Ci sono storie che non alzano la voce. Restano nascoste dietro una porta socchiusa, una stanza piena di ombre, un paese che finge di non vedere. Poi accade qualcosa: un gesto inatteso, una voce appena più ferma, e quel silenzio si incrina. È quello che accadde nel 1966 in Sicilia, ad Alcamo, quando una ragazzina di 17 anni disse no a un matrimonio riparatore. Fu la prima volta in Italia. Franca Viola rifiutò di sposare Filippo Melodia, l’uomo che l’aveva rapita e violentata. Quel ‘no’ scosse l’opinione pubblica, diventò un caso nazionale seguito dai principali quotidiani - per il Corriere della Sera fu lo stesso Indro Montanelli a occuparsene - e trasformò una vicenda privata in un simbolo collettivo, capace di scardinare consuetudini e gerarchie consolidate. Da quel ‘no’ fragile e rivoluzionario nasce lo spettacolo «No. Storia di Franca Viola» che, dopo aver attraversato negli ultimi dieci anni tutta l’Italia, arriva anche al teatro Alighieri di Ravenna venerdì 28 novembre alle 18, nell’ambito delle iniziative promosse dal Comune per la Giornata contro la violenza sulle donne. Lo spettacolo è promosso e sostenuto dalle associazioni Soroptimist International Club Ravenna e Cpo Odec Ravenna. A far rivivere sul palco quel gesto di coraggio di Franca Viola è la regista Alessia Gennari, che ha saputo trasformarlo in teatro, memoria e riflessione.

Quando ha scoperto la storia di Franca Viola, cosa le ha fatto capire che quel ‘no’, così discreto ma potente, meritava di essere ascoltato ancora oggi?
«Nel 2013, alla morte di Franca Rame, uscirono articoli che raccontavano del suo sequestro e delle violenze che aveva subito. In quell’occasione lessi anche il nome di Franca Viola e mi avvicinai alla sua storia. Sentii subito che quel ‘no’ andava ascoltato ancora. Mi affascinava la sua forza silenziosa, una scelta privata fatta da una ragazzina di 17 anni, eppure capace di incrinare un intero sistema. Quel ‘no’ cambiò l’Italia delle donne. Così, insieme all’autrice Chiara Boscaro e a Sara Urban, l’attrice che porta in scena lo spettacolo, abbiamo iniziato a lavorarci e nel 2015 è uscito ‘No. Storia di Franca Viola’».

Come si racconta una violenza senza mostrarla?
«Nel modo più delicato possibile. Noi abbiamo scelto la strada della narrazione, cercando di ricostruire la vicenda in maniera fedele attraverso tesi di laurea, atti del processo, articoli usciti al tempo, affidando la rappresentazione della violenza per lo più a simboli che potessero evocarla, come le scarpe rosse, un canto, una voce. Abbiamo cercato di proteggere ciò che è fragile, nel rispetto di chi queste vicende le ha vissute. Non volevamo che la violenza diventasse spettacolo».

Oggi il coraggio di quella ragazzina a chi può parlare?
«Lo spettacolo è pensato soprattutto per le giovani generazioni, per chi ha ancora la possibilità di cambiare le cose. Ci rivolgiamo alle ragazze, ma anche - e soprattutto - ai ragazzi. Portiamo spesso lo spettacolo nelle scuole: i giovani uomini ascoltano e seguono con interesse, ma in molti percepisco una sorta di distacco, come se volessero dire: ‘Io non sono uno stupratore, quindi la questione non mi riguarda’. Ed è proprio qui che dobbiamo lavorare: spostare la discussione dall’eccezione alla cultura, rendere visibile ciò che sembra non riguardarli. È un tema di tutti, una lotta che deve essere condivisa. Nel racconto ci sono figure maschili negative, come Filippo Melodia, il rapitore e stupratore di Franca, ma anche figure maschili positive: l’uomo che poi ha sposato Franca, e suo padre, che l’ha sostenuta con grande forza, cosa non scontata in quella situazione e in quei tempi. L’idea è raccontare la necessità di cooperazione e di responsabilità condivisa».

E tra le ragazze e le donne che assistono allo spettacolo, quali reazioni la colpiscono di più? Ci sono storie o gesti che rimangono impressi?
«Le donne hanno voglia e bisogno di parlarne, di raccontarsi. Alla fine della rappresentazione, soprattutto nelle scuole, si forma spesso un piccolo capannello di ragazze che si avvicinano, ci ringraziano e a volte trovano il coraggio di confidarci difficoltà che stanno vivendo. Non sono io la persona giusta per affrontare direttamente questi temi, ma posso incoraggiarle a parlarne con gli adulti di riferimento. Nonostante la storia sia di molti anni fa, vedo le ragazze che si riconoscono in gesti, parole o sguardi, mentre le donne più adulte ricordano bene la vicenda e raccontano di averla seguita sui giornali. Ci sono anche ragazze di altre culture, in particolare del mondo islamico, che mi confidano come, nei loro paesi di origine, il matrimonio riparatore sia ancora legale o comunque molto praticato. Quella di Franca Viola è una storia che sa parlare ancora ancora oggi e arriva dritta al cuore».

Quanto può essere potente il teatro nel trasformare la realtà, nel farsi veicolo di cambiamento e di riflessione?
«Per me fare teatro è una forma di attivismo. È uno strumento con cui cerco di sollevare questioni, stimolare riflessioni e creare scambi condivisi. Il teatro può essere un detonatore di cambiamenti, uno strumento potente. Non credo molto nell’arte che si limita a un discorso estetico o ludico. A me piace veicolare messaggi di tipo politico, un po’ come accadeva nel teatro dell’antica Grecia. Credo sia necessario recuperare il senso originario della parola ‘politica’, che deriva dalla pólis greca ed era qualcosa che riguardava la comunità. Non ha nulla a che fare con la politica come la conosciamo oggi».

Il ‘no’ di Franca Viola ha fatto la differenza, ma le trasformazioni richiedono tempo e certe conquiste non sono poi così lontane da noi…
«La vicenda di Franca Viola risale al 1966: allora il matrimonio riparatore era legale e lo stupro era considerato un reato contro la morale, non contro la persona. Solo nel 1981 il matrimonio riparatore è stato abolito e nel 1996 lo stupro è stato riconosciuto come reato contro la persona. Sono norme che oggi diamo per scontate, ma si tratta di conquiste raggiunte non molti anni fa, grazie anche a coraggiosi ‘no’ che hanno aperto la strada a trasformazioni profonde».

Quanto conta, secondo lei, la responsabilità individuale nel quotidiano per innescare cambiamenti?
«La rivoluzione non deve necessariamente passare attraverso grandi azioni. Si può fare anche con piccole scelte, nel nostro quotidiano, che però hanno un peso enorme se portate avanti con coerenza e coraggio. Ogni ‘no’, ogni decisione di non accettare l’ingiustizia, contribuisce a cambiare la cultura intorno a noi. È l’insieme di queste responsabilità individuali che costruisce trasformazioni profonde e durature».
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