L'11 settembre 25 anni dopo, l'analisi dell'esperto Alberto Pagani: "Dopo le Torri Gemelle, la lunga ombra dello jihadismo"

Alberto Pagani* - Venticinque anni fa gli aerei dirottati da al-Qaeda si abbatterono sulle Torri Gemelle e sul Pentagono, squarciando insieme ai grattacieli anche una certa illusione occidentale. L’Occidente, cullato dalla tesi della «fine della storia» di Francis Fukuyama, credeva di aver vinto la partita ideologica del Novecento e di avere davanti solo l’espansione pacifica della democrazia liberale. L’11 settembre rivelò invece un nemico nuovo, e restituì attualità alla tesi di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà: le faglie non si erano richiuse, si erano solo spostate lungo le linee di frattura identitarie. La globalizzazione, che sembrava destinata a omologare il pianeta al modello del capitalismo americano, produceva contemporaneamente il suo contrario: il riemergere dei localismi identitari, fondati su tradizioni vere o reinventate, come la Padania di Umberto Bossi e il mito dell’ampolla d’acqua del Po celebrato a Pontida.
Nel mondo islamico lo stesso meccanismo alimentava le correnti fondamentaliste più radicali, wahhabite in particolare, che attecchivano anche fra i musulmani emigrati in Europa e, soprattutto, fra i loro figli di seconda generazione, sospesi fra due mondi e privi di un’identità condivisa. A una società occidentale secolarizzata e relativista queste predicazioni contrapponevano una visione del mondo fondata su valori religiosi assoluti, incapace di distinguere la dimensione etico-religiosa, in Occidente relegata alla sfera dei diritti individuali, da quella politica delle norme coercitive dello Stato. Su questo terreno attecchì la radicalizzazione promossa da predicatori dell’estremismo violento, che generò una minaccia interna capace di insanguinare anche l’Europa: Londra nel 2005, Parigi nel 2015, Nizza e Berlino nel 2016, Barcellona nel 2017, solo per citare le stragi più note.
Le conseguenze della sciagurata seconda guerra del Golfo e dell’occupazione americana dell’Iraq generarono un’insorgenza che avrebbe partorito lo Stato Islamico, finanziato anche come proxy da potenze regionali interessate a esportare il conflitto in Siria per abbattere il regime di Bashar al-Assad. L’Isis rappresentò una minaccia radicalmente diversa dalle organizzazioni clandestine come al-Qaeda: puntava alla proclamazione immediata del Califfato, mobilitando attraverso la pervasività della propaganda in rete tanto i foreign fighters quanto i terroristi «fai da te», i cosiddetti cavalieri solitari.
Oggi la minaccia non è affatto scomparsa: quando il nemico tace, non significa che sia sparito, ma che si sta riorganizzando e ridefinendo la propria strategia. Il 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas contro Israele, ne abbiamo avuto una tragica riprova. Ciò che ne è seguito ha degradato l’intero quadrante mediorientale, allontanando l’orizzonte della pace e di quella soluzione a due popoli e due Stati sovrani che resta, venticinque anni dopo le Torri Gemelle, l’unica via d’uscita credibile da un conflitto che il jihadismo continua ad alimentare.
*Docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna - Esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva