IL TESSITORE DEL VENTO | La sovranità elementare

Emilia Romagna | 03 Novembre 2022 Blog Settesere

Guido Tampieri - Tra gli uomini, diceva Eco, ci si scambia cose e, assieme, significati. Che sono a volte assai diversi perché espressione di differenti culture. Accade anche con le parole, che non sono sempre la sostanza delle cose e vanno lette con la lente delle intenzioni per non perdersi nel labirinto delle interpretazioni. Per non cadere nell’eterno rovello di cosa sia di destra e cosa di sinistra, è alle radici culturali di chi le usa prima che all’etimologia delle parole che bisogna andare per comprendere il significato dell’espressione «sovranità alimentare» appiccicata al  Ministero dell’agricoltura. Dove alimentare è una specificazione, mentre sovranità è la parola chiave. Che ha una declinazione di destra è una di sinistra, come tutto ciò che ha attinenza col tema dell’identità. Aperta e relazionante oppure chiusa e incomunicante a seconda dei punti di vista.
«Perché - scrive il prof. Remotti - non inerisce all’essenza, non è qualcosa che si sottrae al mutamento, che si salva dal tempo, ciò che rimane al di là degli atteggiamenti e degli avvenimenti; l’identità viene sempre in qualche modo costruita o inventata, dipende dalle nostre decisioni, implica due operazioni opposte: separazione e assimilazione». Ecco che capire quale significato ha in questo frangente politico, perché viene adottata quella espressione in un Paese che è già, nel bene e nel male, padrone delle proprie decisioni, è più importante che sapere chi, in altro contesto, in altro momento e con altri intendimenti l’ha usata per primo. Le parole sono innocenti, chi le usa anche no. Valutata con riguardo a una normativa italiana e comunitaria che già tutela l’autonomia delle scelte, sovranità alimentare è una formula placebo priva di addentellati pratici. Se invece si è inteso rivestirla di significati rivendicativi assume l’aspetto di una pura manifestazione ideologica. Si scrive sovranità ma gli occhi di un vecchio scettico leggono sovranismo. Con tutto il corredo di velleitarie contrapposizioni che si trascina dietro, giù giù fino ai dazi che, ha scritto Einaudi, non fanno che immiserire i popoli. Politiche che, in un Paese autosufficiente per il 60%, fanno morir dal ridere o, se preferite, di fame.
Scartata l’idea che qualcuno possa coltivare suggestioni autarchiche, non ho tuttavia udito dagli entusiasti sostenitori di questa formula cosa essa susciti e consenta di fare che non potesse essere fatta con l’attuale denominazione.
Il Presidente di Coldiretti parla di contenitori per l’acqua, così da aumentare la produzione, ma per farle servono soldi, non parole. Quelli del Pnrr, che Fratelli d’Italia non ha votato. Siamo il Paese col più gran numero di D.O.P. del mondo. Tutto il male che abbiamo fatto alla nostra agricoltura ce lo siamo inferti da soli. La destra molto più della sinistra, che pure ci ha messo del suo per cementificare, sminuzzare, sprecare milioni di ettari di buona  terra fertile. In quel non tanto che resta coltiviamo e alleviamo prevalentemente varietà alloctone. Molte volte meglio di altri, e il mercato in genere ce lo riconosce, altre un po’ meno, chè il Signore non ha dato solo a noi il sole, buona terra, l’intelligenza e l’intraprendenza per usarli bene. Avere un nemico è importante per definire la nostra identità e far rifulgere il nostro valore. Così gli stranieri, specie se poveri, sempre puzzano, mentre in campo alimentare i prodotti esteri sono sempre insicuri.
Nell’ideologia sovranista il nemico diventa doppio, con l’Europa eh ci «costringe» a rispettare regole troppo severe su salute e ambiente. Non c’è politicante di partito o di categoria che non si sia costruito una «reputazione» dicendo sciocchezze sulle penalizzazioni che avremmo subito. Mi ostino a pensare che i nostri prodotti abbiano bisogno di essere accompagnati al mercato da intelligenti strategie organizzative e promozionali e non da uno sciovinismo nazionalista che dipinge tutti i gatti indigeni di bianco. E l’Ue di nero. Quando rappresenta invece il nostro baluardo. Se solo ne prendiamo coscienza. Se costruiamo un’Europa comprensiva della propria identità comune e delle proprie diversità. Così da non smarrire tutto ciò che di buono abbiamo saputo costruire nella seconda metà del secolo scorso «nell’immane processo di dissipazione della storia contemporanea» (Bobbio). L’Italia è stata grande quando ha saputo aprirsi al mondo.
Va in questa direzione quella piccola ma non insignificante aggiunta sulla carta intestata del Ministero dell’agricoltura? O non piuttosto in quella opposta? Questa è la domanda da porsi. Perché l’impressione è che questa sovranità alimentare non abbia alcun grado di parentela con Seattle,  Rio e i campesinos dell’Honduras. Non ci sono ragioni nè condizioni per ripiegarci su noi stessi. In nessun campo. Decidere di cedere pezzi di sovranità a Istituzioni sovranazionali è un’espressione di sovranità. E sovrana è anche la decisione di coltivare viti dove cresceva il grano, per poi comprarlo in Ucraina. La riflessione cui siamo chiamati non è sull’autosufficienza ma sulla modernità. Come si tutelano in un’economia aperta un capitale naturale e un capitale sociale in progressivo degrado è una questione variamente intrecciata nelle comunità rurali di tutto il mondo. Che va governata con principi giusti e atti coerenti.
Così da conciliare l’idea (difensiva) di una autodeterminazione interna con l’idea (offensiva) di un Made in Italy alimentare proiettato verso l’esterno. La porta che apriamo per uscire serve anche per entrare. «Ccà nisciuno è fesso» si dice in tutte le lingue.
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