Il controtenore lughese Carlo Vistoli protagonista del concerto di Natale della Rai: «In un mondo che va troppo veloce, la musica ci insegna a rallentare»

Emilia Romagna | 19 Dicembre 2025 Cultura
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Michela Ricci - C’è un filo rosso che lega il cuore della Romagna ai più grandi teatri del mondo, e passa attraverso la voce di Carlo Vistoli. Dalle prime note nella sua Lugo, dove è nato e cresciuto, fino ai palcoscenici più prestigiosi, Vistoli ha fatto della sua vocalità unica uno strumento per attraversare epoche, culture e generi musicali. Tra i controtenori più richiesti al mondo, Vistoli è un artista in ascesa. Dalla Scala di Milano alla Royal Opera House di Londra, la sua carriera intreccia debutti operistici, produzioni innovative e incisioni discografiche di rilievo. A gennaio sarà al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi, dove ormai è di casa, per il debutto nel ruolo di Tamerlano nell’opera omonima di Vivaldi, e il 23 gennaio inaugurerà la stagione del Teatro Regio di Parma come protagonista dell’«Orfeo ed Euridice» di Gluck, in una nuova produzione firmata dalla regista e fotografa irano-americana Shirin Neshat. Ma prima lo aspetta un palcoscenico d’eccezione. Vistoli, infatti, sarà tra i protagonisti del tradizionale Concerto di Natale dalla Basilica di San Francesco ad Assisi con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai trasmesso su Rai1 e in Eurovisione il 25 dicembre alle 12.25 dopo la benedizione del Papa e su Rai5 il 27 dicembre alle 8.
Come vive questo importante appuntamento, che le consentirà di entrare nelle case di milioni di persone?
«Sono emozionato e onorato. È la prima volta che un controtenore canta al Concerto di Natale della Rai, che tra l’altro festeggia 40 anni. È l’occasione per far conoscere la mia voce e il mio repertorio a un pubblico più ampio rispetto a quello che di solito mi ascolta in teatro. Accanto ad alcune canzoni natalizie tradizionali, ho scelto di eseguire due arie di Händel, uno dei miei compositori preferiti: un pezzo dal «Messiah», uno degli oratori più classici del periodo natalizio, e «Lascia la spina» dall’oratorio «Il trionfo del tempo e del disinganno», noto per la sua melodia straordinaria».
Lei è uno dei più importanti interpreti di Händel della sua generazione. Qual è la chiave con cui lo affronta?
«Prima di tutto cerco di rispettare ciò che Händel ha scritto, partendo dalla conoscenza dello stile e della musica della prima metà del ‘700. Ma Händel, e in generale la musica barocca, lascia ampio spazio anche alla personalizzazione e io cerco di rendere mia ogni aria. Händel è stato un compositore straordinario, ma anche un grande genio drammaturgico. Attraverso la musica è riuscito a interpretare con straordinaria immediatezza le emozioni umane, rendendo vivi e comprensibili anche soggetti mitologici o trame cavalleresche. Ancora oggi la sua musica parla a chiunque e quello che trasmette è universale».
Nel mondo dell’opera ci sono regie più contemporanee e innovative, e altre tradizionali. Qual è il confine tra rispetto del testo, filologia e contaminazioni moderne?
«Non credo esistano regie ‘tradizionali’ o ‘moderne’, ma regie belle e regie meno riuscite. Anche una produzione classica, se curata con attenzione, può essere straordinaria. Personalmente ho una preferenza per le regie contemporanee, con costumi e scenografie più attuali, perché aiutano a svecchiare l’opera e ad avvicinare anche i più giovani al teatro. L’opera deve parlare al pubblico di oggi, senza però perdere la sua essenza».
Nel 2026 ha diversi impegni in calendario, il 23 gennaio inaugurerà la stagione del Teatro Regio di Parma con il ruolo del protagonista in «Orfeo ed Euridice»…
«È un’opera a cui sono molto legato. L’ho interpretata in diverse versioni, tra cui due bellissime produzioni con grandi registi contemporanei: Robert Carsen a Roma e Valencia, e Damiano Michieletto a Berlino. È un’opera fondamentale nella storia della musica e per la mia vocalità rappresenta una grande sfida: Orfeo è il protagonista assoluto e sostiene tutta l’opera, con pochi altri personaggi oltre al coro. Questa nuova produzione, firmata dall’artista visiva iraniana Shirin Neshat e diretta da Fabio Biondi, mi incuriosisce tanto. Neshat lavora molto sulla condizione della donna e credo che questo tema emergerà nella rappresentazione di Euridice».
C’è stato un momento, nella sua carriera, in cui ha capito che la musica sarebbe diventata il suo lavoro?
«Tra il 2015 e il 2016. Avevo debuttato ufficialmente nel 2012 e nei primi anni mi ero detto: ‘Se non riuscirò a farlo a livello professionale, troverò un’altra strada’. Nel 2015 ho preso parte a una grande tournée con il gruppo francese Les Arts Florissants diretto da William Christie, con cui collaboro tuttora. È stata la prima volta che ho affrontato tanti concerti in Europa, Asia, America e Australia: un’esperienza che mi ha fatto capire che quello poteva davvero diventare il mio lavoro».
Qual è il suo rapporto con Lugo? Le sue radici hanno influenzato l’artista che è oggi?
«A Lugo sono molto legato: ho la mia famiglia e gli amici, e torno ogni volta che posso. Lì ho iniziato da bambino gli studi di pianoforte alla scuola Malerbi, intitolata a quelli che furono gli insegnanti di Rossini nell’800. Sempre lì ho mosso i miei primi passi nel mondo del canto, sotto la guida del maestro Fabrizio Facchini, scomparso prematuramente nel 2020. Nella mia Romagna ho imparato ad apprezzare la musica anche come ascoltatore, grazie al Ravenna Festival e ai concerti al teatro Rossini, che, tra l’altro, spero possa riaprire al più presto. È un teatro bellissimo, ogni volta che torno a Lugo mi informo su come procedono i lavori di restauro. È triste vedere una città senza il suo teatro».
Oggi viviamo in un mondo frenetico, mentre la musica classica richiede tempo, studio e pazienza. Come vive questo contrasto? «Siamo tutti immersi in ritmi molto veloci, ma credo che la musica possa insegnarci a rallentare. Dedicarsi a un ascolto attento, anziché scrollare video e foto in modo compulsivo, è fondamentale per mantenere elasticità mentale e coltivare la curiosità verso cose nuove. La mia vita è frenetica, mi sposto continuamente per lavoro, ma ritagliarsi momenti di studio e ascolto non solo è necessario: è un modo per disintossicarsi dagli stimoli quotidiani. Andare a teatro o al cinema, leggere un libro, fare esperienze che richiedano attenzione e dedizione fa bene allo spirito e anche al corpo».
Quale canzone sceglierebbe per fare gli auguri di buon Natale al suo pubblico e ai nostri lettori?
«Darò una risposta forse scontata, ma credo che un brano ormai classico come ‘Happy Xmas (War Is Over)’ di John Lennon e Yōko Ono possa essere un bell’augurio non solo per le Festività ma anche un auspicio di pace e fratellanza tra i popoli, di cui c’è particolarmente bisogno nel mondo in cui viviamo».
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