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Federico Fellini, il romagnolo che ha vinto l’Oscar alla carriera

Emilia Romagna | 02 Aprile 2022 Fata Storia
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Veronica Quarti - Questa settimana si è aperta con l’annuncio dei vincitori delle statuette più famose della cinematografia mondiale: abbiamo assistito al trionfo di interpretazioni magistrali, di film d’autore e storie indimenticabili ma anche, purtroppo, ad una scena violenta quanto triste. Ed è forse anche per questo che ho guardato indietro, tra le storie del cinema e dei suoi protagonisti, alla ricerca malinconica di qualche ricordo genuino e, soprattutto per questa rubrica, romagnolo.
Era quindi naturale che alla mente arrivase lui, Federico Fellini, nato a Rimini il 20 gennaio 1920: regista, sceneggiatore, ma anche fumettista e scrittore romagnolo. Proprio lui, il 29 marzo 1993 ricevette l’Oscar alla carriera: un modo per avvicinarsi all’epilogo della sua vita con la consapevolezza di aver davvero lasciato ai posteri pellicole indimenticabili e, soprattutto, estremamente significative. Federico Fellini infatti non ha avuto molto tempo per godersi la sua meritata vittoria in quella notte degli Oscar del 1993: poco dopo sarà costretto a sottoporsi a diversi interventi chirurgici per ridurre un aneurisma che aveva colpito l’aorta addominale, che tuttavia non risolveranno le sue precarie condizioni di salute, che purtroppo andranno peggiorando fino alla morte, avvenuta il 31 ottobre 1993 all’età di settatantré anni. C’è però tanto da raccontare del regista romagnolo, a partire proprio dalla sua infanzia: la famiglia di Fellini faceva parte della piccola borghesia e il padre Urbano, originario di Gambettola, era venditore di liquori e altri generi alimentari.
Federico Fellini frequentò il Liceo classico «Giulio Cesare» di Rimini, e in quegli anni inizia a sperimentare la tecnica fumettista, facendo caricature di vario genere e tipo ad insegnanti e compagni: era anche un attento osservatore, il che lo aiutava non solo a capire meglio le persone che trovava attorno, ma anche a riprodurre al meglio i soggetti dei suoi disegni.
Nel 1938, ancora prima di terminare gli studi, alcune delle sue vignette vengono già pubblicate dalla «Domenica del Corriere»; l’anno successivo si trasferisce a Roma, convincendo i suoi genitori del suo desiderio di frequentare l’università. In realtà, nei progetti di Federico Fellini, vi era l’intraprendere la strada del giornalismo: a Roma però non è da solo, in quanto in compagnia della madre Ida che, essendo originaria proprio della capitale, ha agganci e parenti che li aiutano a trovare una residenza fissa.
Si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, ma appare quasi subito chiaro che, tra i suoi piani, certamente non vi è l’intenzione di diventare avvocato (tant’è che non sosterrà mai nemmeno un esame); dall’altra parte però riesce nel suo tentativo di diventare giornalista, esordendo già nel 1939 sul «Marc’Aurelio», una delle più famose riviste satiriche italiane. Qualche anno dopo, nel 1941, collabora con l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche come autore radiofonico: questo passaggio, seppur breve, risulta cruciale non solo per il suo esordio cinematografico, ma anche per l’inizio della sua indimenticabile relazione con Giulietta Masina. Ma il periodo di esordio di Fellini corrisponde anche a quello terribile della Seconda guerra mondiale: a seguito dell’armistizio firmato dal generale Badoglio nel settembre 1943, il regista decide di sposare la Masina il 30 ottobre dello stesso anno, senza rispondere alla chiamata di leva. Nel 1945 nasce il loro primo figlio, che purtroppo morirà un mese dopo, il 24 aprile. In quegli anni Federico Fellini aveva già iniziato a collaborare per alcune sceneggiature, come nel caso del film «Quarta pagina» con la regia di Nicola Manzari, e della pellicola «Campo de’ fiori» di Mario Bonnard. Nel 1950 arriva il suo esordio in quanto regista: assieme ad Alberto Lattuada dirige il film «Luci del varietà», poi si cimenta come produttore. La sua linea guida è tuttavia una riflessione sul genere teatrale dell’avanspettacolo che, in quel delicato periodo storico, inizia rapidamente a decadere.
Poco tempo dopo è il momento del film «Lo sceicco bianco», con l’interpretazione dell’attore Alberto Sordi, e con la collaborazione di Michelangelo Antonioni e di Ennio Flaiano: nonostante questi grandi nomi però, gli incassi rivelano il totale insuccesso del film.
Ciò che però riscatta realmente il cinema di Fellini risiede nella sua capacità già sviluppata durante gli anni del liceo: sapere osservare e comprendere i movimenti, i cambiamenti, le persone. Ed è proprio per questo che il regista romagnolo saprà, specialmente per tutti gli anni Cinquanta, rispecchiare attraverso i suoi film una società, quella italiana, in profondo mutamento: c’è un rapido progresso economico, una situazione politica nazionale ed europea estremamente eccezionale; la stessa mentalità italiana si avvia ad una fase di profondi cambiamenti, che appunto il cinema di Fellini sembra catturare con grande dovizia di particolari.
E proprio nel 1954 arriva il suo grande successo, con il film «La strada», grazie anche all’interpretazione della moglie, nei panni della protagonista femminile, e di Anthony Quinn. E nonostante il suo instancabile lavoro, che finalmente appunto riporta grandi soddisfazioni, Fellini inizia a mostrare i primi sintomi di una grave depressione; negli anni Settanta invece, si focalizza sul tema della memoria, nel quale inserisce il grande film «Amarcord», del 1973.
Durante la sua esperienza, riceve dodici nomination agli Oscar, che appunto culminano con la vittoria della statuetta alla carriera, vince due volte il Festival di Mosca, la Palma d’Oro a Cannes nel 1960 e il Leone d’Oro nel 1985. A volte la memoria ed il ricordo di coloro che, come il Fellini, hanno lavorato duramente per lasciare ai posteri tracce di una cinematografia genuina, profonda e al contempo umile, possono essere insieme aiuto e speranza.
 
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