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Faenza, con «Figli di Troia», Cevoli apre la stagione al Masini il 13 novembre: «Oggi servono più eroi come Enea, che sappiano accettare la sconfitta e ripartire»

Emilia Romagna | 09 Novembre 2025 Cultura
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Raccontare l’«Eneide» come se fosse una chiacchierata tra amici, trasformando la grande storia in una lezione di vita a suon di risate. È quello che fa Paolo Cevoli nel suo nuovo spettacolo «Figli di Troia», che giovedì 13 novembre alle 21 inaugura la stagione del teatro Masini di Faenza. Nel suo nuovo monologo, l’attore e comico romagnolo, conosciuto dal grande pubblico per i suoi irresistibili personaggi di Zelig, dall’assessore Palmiro Cangini all’imprenditore Teddy Casadei del glorioso maialificio Casadei, torna sul palco con la sua comicità intelligente, mescolando ironia, storia e vita vissuta. Partendo dal viaggio di Enea, Cevoli intreccia la mitologia con la realtà contemporanea e con la sua stessa biografia: un racconto epico e allo stesso tempo familiare, dove il mito incontra la quotidianità, e il fondatore di Roma si ritrova a fare un picnic a base di panini alla porchetta. Con il suo inconfondibile ritmo narrativo, Cevoli parla di radici, memoria e futuro, portando in scena la figura di Enea. Non è un eroe vittorioso, apparentemente è un «perdente» che fugge da Troia, portandosi sulle spalle il padre Anchise e per mano il figlio Ascanio. È però un uomo che non rinnega il passato e anzi riesce a trasformarlo in forza per costruire il futuro. Ed è proprio da questa immagine - l’eroe che tiene insieme radici e speranza - che nasce il titolo, giocato sull’ambiguità di un modo di dire che, nelle mani di Cevoli, diventa un inno all’appartenenza: «Meglio essere figli di Troia che figli di nessuno».

Come nasce l’idea di questo spettacolo e cosa l’ha spinta a rileggere il mito di Enea alla luce del presente?
«Mi trovavo a Roma, a Villa Borghese, e davanti alla statua del Bernini che raffigura Enea con il padre Anchise sulle spalle e il figlio Ascanio per mano, ho avuto una specie di folgorazione. Mi sono detto: ‘Ecco, quello sono io!’. Anchise sono io, sulle spalle dei miei figli, che per mano tengono i miei nipoti. Da lì è nata l’idea: raccontare Enea come un uomo che si porta dietro il passato, ma guarda avanti. In fondo è quello che facciamo tutti: cerchiamo di traghettare ciò che abbiamo ricevuto verso un futuro migliore».

In un mondo che idolatra le figure «alla Ulisse», simboli di successo e conquista, cosa la affascina di Enea, l’eroe che fugge e si porta dietro il peso della memoria? «Un mio insegnante del liceo, il professor Signorotti, non amava Enea: lo trovava noioso, un po’ imbambolato. Ma studiandolo ho capito che invece è un vero eroe. Non vince battaglie, ma ha il coraggio di ripartire da zero, portandosi dietro il padre, cioè le sue radici, e il figlio, il suo futuro. È un perdente che diventa fondatore, uno che non rinnega le sue origini. Oggi, in un mondo dove tutti vogliono essere Ulisse, furbi e vincenti, credo che servano più Enea: persone che sanno perdere, accettare la sconfitta e ripartire».

In che modo il peso del passato può diventare una risorsa per i giovani di oggi?
«Non parlerei di peso del passato, ma di radici. Non sono un fardello, sono ciò che ci tiene in piedi. I giovani devono imparare a prendersi il loro passato sulle spalle e andare avanti, senza rinnegarlo. Io ho cercato di fare così nella mia vita: ho preso quello che mi hanno insegnato i miei genitori, l’ho rimescolato con la mia esperienza e l’ho portato in scena. Non bisogna scappare dalle proprie origini, ma saperle usare come trampolino». 

Ogni generazione lascia a quella che viene dopo un bagaglio di errori, possibilmente da evitare, e insegnamenti. Quali sente di voler consegnare lei ai giovani di oggi e cosa, invece, spera di imparare dal loro modo di vedere la vita? «Io di cavolate ne ho fatte parecchie (ride, ndr). Spero che loro ne facciano un po’ meno di me. Ogni epoca ha i suoi errori, ma anche i suoi entusiasmi. Quello che mi colpisce dei miei figli e dei ragazzi di oggi è proprio la passione che mettono nelle cose, la curiosità, la voglia di capire il mondo. A volte imparo da loro più di quanto io riesca a insegnare. Mi danno energia, mi ricordano che non si finisce mai di imparare».

Quanto è importante la «romagnolità» per rendere accessibili, diretti e godibili miti e vicende epiche come quella di Enea?  «Fondamentale! Io dico sempre che solo un ‘pataca’ romagnolo come me poteva scrivere uno spettacolo su Enea per far ridere. La romagnolità è concretezza, è autoironia, è il gusto di prendere la vita un po’ alla leggera, anche quando si parla di cose serie. È un modo di raccontare che ti fa sentire vicino a chi ascolta: parli di dèi e di eroi, ma alla fine torni sempre a casa, a tavola, con un panino alla porchetta in mano».
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