Cinema e tv, dietro le quinte della cronaca nera con l’autore romagnolo Alessandro Garramone tra serie Netlix e ‘Belve Crime’: «Il grande tema del futuro sarà la gestione della verità»

Emilia Romagna | 24 Maggio 2026 Cultura
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Michela Ricci - Dalla cronaca locale alle piattaforme globali, senza mai perdere lo sguardo del giornalista. Alessandro Garramone, autore televisivo nato a Imola e cresciuto professionalmente tra Faenza e il resto della Romagna, oggi lavora nel mondo dei documentari e del crime. Dopo il successo di «Wanna», la serie Netflix dedicata a Wanna Marchi, ha firmato progetti come «Terrazza Sentimento», docu-serie sul caso Alberto Genovese, e più recentemente «Belve Crime», spin off del programma di Francesca Fagnani che porta il racconto della cronaca nera dentro il formato dell’intervista. Un percorso iniziato però molto lontano dai riflettori nazionali, nelle redazioni locali romagnole e anche a Settesere, di cui fu direttore agli inizi della sua carriera. Un legame con le proprie radici mai interrotto, che quest’anno lo vedrà a Cattolica, nella sua Romagna, alla guida del MystFest 2026, storico festival dedicato al giallo e al mistero.
Lei è partito dalla cronaca locale e, per un periodo, ha guidato il nostro settimanale. Quegli anni in Romagna hanno influenzato il suo percorso successivo?
«Hanno lasciato un’impronta profonda. Penso che la direzione di Settesere sia stata la cosa più difficile che io abbia mai fatto in tutta la mia carriera. Non mi riferisco allo scrivere in sé - avevo iniziato a collaborare con i giornali a 16 anni ed era un mestiere che facevo già da tempo -, ma al fatto che, per una serie di circostanze, mi ritrovai a fare il direttore a 24 anni. Fu un vero e proprio ‘stress test’. Gestire un giornale appena nato, che doveva ancora trovare una sua forma definita, e farlo in una città come Faenza, che all’inizio non conoscevo bene, fu un bel combattimento. Un conto è firmare gli articoli, un altro è guidare una redazione. Quell’esperienza mi ha abituato a non farmi spaventare da nulla».
Con serie come «Wanna» o «Terrazza Sentimento» lei ha portato in Italia un’estetica del crime quasi cinematografica. C’è il rischio che a volte il male diventi troppo affascinante, scivolando nella spettacolarizzazione?
«Il rischio esiste, ma dipende da quale prospettiva lo si guarda. Frequento il genere crime da 25 anni e credo che per capire davvero il male sia necessario comprendere che i protagonisti di queste storie restano persone, non sono i cattivi degli Avengers. Bisogna avere il coraggio e la voglia di raccontarli per quello che sono, nella loro complessa realtà. Nei miei lavori cerco di non essere mai giudicante: non spetta a me farlo, io faccio il narratore e il giornalista. Un documentario funziona se, una volta finito, ti lascia la voglia di approfondire. Quando ho raccontato Wanna Marchi, non credo di averla difesa e nemmeno di averla attaccata. Ho semplicemente narrato una storia simbolica di un certo momento del nostro Paese».
C’è però una corrente di pensiero secondo cui di certe storie torbide o violente si dovrebbe parlare meno, per evitare l’effetto emulazione. Qual è la sua posizione?
«L’unica cosa che non accetto è l’idea che esistano argomenti di cui non si debba parlare. Bisogna affrontare tutto, altrimenti si rischia che domani a decidere cosa censurare sia qualcuno con intenzioni tutt’altro che nobili. Purtroppo oggi assistiamo a una tendenza preoccupante: un giornalismo web rapido che vive di clickbait e condivisioni, che va a solleticare il pubblico sulle reazioni più facili. Noi rispondiamo con il rigore: ogni progetto si basa su un livello di approfondimento tale da garantire l’assoluta fondatezza di ciò che diciamo. Non è un caso che una serie come ‘Wanna’ abbia avuto una gestazione di tre anni, e ‘Terrazza Sentimento’ quasi altrettanto».
Anche in «Belve Crime» vi muovete in questa direzione? Di recente ha fatto discutere l’intervista di Francesca Fagnani a Roberto Savi sulla Banda della Uno Bianca…
«Qualcuno ha sollevato la solita obiezione: ‘Certe dichiarazioni si fanno in tribunale, non in tv’. Purtroppo la realtà non funziona in modo così lineare: spesso i personaggi chiave scelgono di parlare attraverso i media prima di arrivare davanti a un giudice. Comprendo perfettamente la reazione delle famiglie delle vittime, è legittima e va rispettata. Al tempo stesso, però, vedo in certe critiche del moralismo. La domanda che dobbiamo porci da giornalisti è un’altra: ci interessa provare a capire cosa possiamo scoprire da quelle parole su uno dei casi più opachi della storia italiana, o preferiamo che se ne parli solo con i magistrati? Bisogna credere nel valore del racconto».
Quest’anno sarà alla guida del MystFest 2026 di Cattolica. Il cartellone ruoterà attorno a un concetto chiave: la verità. Un tema cruciale, soprattutto oggi che l’intelligenza artificiale sta ridisegnando i confini del reale...
«La gestione della verità sarà il grande tema dei prossimi anni. Fino a ieri il web parlava di dati, domani parlerà solo di verità. Per il mio mestiere mi capita spesso di confrontarmi con le intelligenze artificiali video generative e siamo arrivati a un punto tale che persino io, che con le immagini lavoro da una vita, a volte non riesco a distinguere il vero dal falso. Rischiamo un cortocircuito pericoloso: se nella prima fase l’AI ci ha spinti a prendere per buone cose finte, nella prossima potremmo iniziare a considerare finto ciò che invece è drammaticamente vero. Al di là della complessità di questi temi, per me il MystFest ha anche un valore personale: me ne sono andato dalla Romagna nel 2001 per lavorare tra Roma e Milano. Tornare a fare qualcosa a casa mi fa un enorme piacere».
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