Bindo Giacomo Caletti, l’uomo «oltre» Nullo Baldini

Emilia Romagna | 25 Giugno 2022 Fata Storia
Veronica Quarti - Nel luglio 1922, quando i fascisti capeggiati da Balbo incendiarono il Palazzo Rasponi, nonché sede della Federazione delle Cooperative di Ravenna, all’interno dell’edificio c’erano Nullo Baldini e Bindo Giacomo Caletti, le figure di spicco del movimento cooperativo romagnolo. Il primo venne scortato fuori dall’edificio dai fascisti che lo avevano minacciato con le armi, mentre Caletti riuscì a scappare e ad avvisare i Vigili del Fuoco, che tuttavia arrivarono tardi. Chi era Bindo Giacomo Caletti? Era un ravennate a tutto tondo, nato nella città bizantina nel 1881: suo padre era un fabbro del Borgo San Rocco, che era una delle zone di Ravenna più «rosse» in assoluto; abbandonò gli studi giovanissimo per abbracciare la causa socialista. Nella sua formazione politica, così come nella sua crescita culturale, giocò un ruolo fondamentale proprio Nullo Baldini che era in realtà suo cugino: la madre di Baldini era infatti una Caletti. Nel 1900 ricoprì provvisoriamente il ruolo di segretario della Commissione federale esecutiva del Partito socialista di Ravenna e dal 1915, la polizia iniziò a documentarsi relativamente alla personalità di Caletti, che nel frattempo entrava nella lista dei «sovversivi».
Nonostante sia stato giudicato spesso come un personaggio privo di grande cultura, in realtà Caletti fu sempre molto curioso e attento, specialmente per ciò che riguardava la storia sociale del proprio Paese.
Caletti era un personaggio decisamente pragmatico, attento alla causa socialista e alla risoluzione di eventuali problemi all’interno del partito: la sua abilità gli permise di rivestire ruoli di rilievo ancor prima di compiere vent’anni, e lo stesso Baldini decise che all’interno della nuova Federazione delle Cooperative a Ravenna, ci sarebbe dovuto essere anche Caletti, che inizialmente ne divenne il segretario generale. Successivamente, il cugino di Baldini entrerà nella direzione generale dell’organo, senza tuttavia trascurare la politica: attiva e costante fu la sua campagna per le elezioni amministrative del 1914, che lo videro eletto consigliere provinciale.
Poco prima dell’assalto fascista al Palazzo Rasponi, a Caletti venne data la direzione generale del servizio amministrativo ed economico della Federazione; dopo i tragici eventi del luglio 1922, i dati su Caletti ci vengono forniti principalmente dalla polizia fascista, che cominciò a pedinarlo sempre più insistentemente.
Per sfuggire dalle aggressioni squadriste, ormai divenute parte dell’ordine del giorno, Caletti fu costretto a lasciare Ravenna, per fare rientro nell’estate del 1923, e prendendo residenza in via Tombesi dall’Ova, lavorando come direttore e cassiere di magazzino presso il Palazzo Ginanni.
Caletti fu ben attento in quegli anni a non mostrarsi attivo in politica (e i resoconti di polizia lo confermano), tuttavia ciò non bastò ai fascisti, i quali continuarono a pedinarlo dal 1927 al 1931, convinti che il suo nuovo lavoro fosse in realtà un mezzo per comunicare col cugino Baldini e riorganizzare le fila socialiste.
Durante la Seconda guerra mondiale, Caletti dovette fare i conti con una realtà familiare piuttosto tragica: nel 1941 ottenne, dopo moltissimi sforzi e preghiere, il permesso del governo fascista a rimpatriare il cugino Nullo Baldini, affetto da una grave malattia, che era in esilio in Francia. Dopo la liberazione di Ravenna e del Paese, Caletti continuò a dedicarsi alla politica: nel 1946 fu relatore al congresso provinciale del partito, cercando di essere un vero e proprio mediatore, in un’epoca di ricostruzione e grave crisi d’identità politica ed istituzionale. Anche dal punto di vista cooperativo Caletti sarà nuovamente una figura di spicco, un personaggio fondamentale e colonna portante: uomo che verrà rieletto tra l’altro alla presidenza della provincia nel 1960, incarico che manterrà fino al 1965. Bindo Giacomo Caletti morì nel marzo del 1971, all’età di novant’anni. 
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