Vittorio Bonetti dedica il nuovo disco alla sua terra. E non sarà un’avventura

Bassa Romagna | 03 Dicembre 2018 Cultura
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Federico Savini
«Volevo che suonasse minimale, perché le cose più intime meritano un trattamento delicato, ma anche corale, perché il percorso che mi ha portato ad esplorare la musica della mia terra è stato “guidato” da tante persone. E oggi mi affaccio a un patrimonio ricchissimo». Vittorio Bonetti è il primus inter pares della musica romagnola. In questi giorni, s’intende, perché il cantautore e juke-box umano famoso in tutte le feste dell’Unità dello Stivale, è tornato a pubblicare un disco e indovinate un po’ a che repertorio ha attinto per compilare «Made in Romagna»?
Beh, risposta ovvia ma bisognerebbe darla al plurale, perché quello di Bonetti alla musica romagnola è un approccio da più punti di vista, come tante e slegate fra loro sono le esperienze che lo hanno portato dal culto della musica d’autore a quella di Romagna. Il disco, edito da Materiali Musicali, è bellissimo e fotografa una Romagna a più dimensioni e con tantissimi ospiti, dal cantastorie Fiscì al fumettista Sergio Staino (che regala anche due disegni originali, a completare l’artwork di Marilena Benini), e poi il fisarmonicista Christian Ravaglioli nel poetico valzer Tott um’arcôrda te di Angelo Creonti e Nino Baldtrati, passando dal traditional Gli scarriolanti, che tratteggia un boogie-woogie con l’ocarina di Michele Carnevali, e ancora la Fiumâna elaborata per l’omonimo spettacolo con Rudy Gatta ed Eliseo Dalla Vecchia, l’ormai classica Romagna sudamericana di Gumbarera con Cres dei Radìs, Maria Pia Timo e Quinzan, del quale Bonetti coverizza Ziòn, i brani originali, la poesia E’ mi ba del grande Nino Pedretti con la voce recitante di Cristiano Cavina, le più note cante spallicciane in estatiche versioni pianistiche, l’italiano di Romagna di Zavagliando e una convincente Romagna Mia blues. Un bagno purificatore nello spirito e nel suono di un popolo, di una terra e di un immaginario.
«Spero che l’aspetto corale si colga – si premura di dire Vittorio Bonetti – perché davvero se mi sono buttato su queste musiche della mia terra il merito è di tanti. Ho messo insieme canzoni e “pezzi di vita” sparsi, che vengono da diversi periodi e le esperienze di questi anni, da Fiumâna a Made in Romagna con Cavina fino alle serate dialettali ai Salesiani di Faenza, con il coinvolgimento di Quinzan, mi hanno portato a questo risultato. Che poi è un disco positivo, più allegro del mio solito. Spero che emerga quello spirito energico che hanno i romagnoli nell’affrontare le difficoltà».
Se vogliamo, alla terra dedicasti anche un altro progetto, «Terra madre»…
«E’ vero, ma ti dico di più: “Made in Romagna” è un disco pensato soprattutto per suonarlo in giro per l’Italia. Da un paio di giorni su Youtube un amico ha pubblicato un video tratto da un concerto di quest’estate che ho fatto a Melpignano, capitale della taranta, con Taxi dei Melardòt. Siam partiti dalle 10 di sera e abbiam finito alle 3 di notte, perché a mezzanotte sono arrivati degli scalmanati coi tamburelli e ti puoi immaginare… Ribadisco che questo disco voglio proporlo in giro e tornare in Puglia. Poi devo proprio sentire come viene Gumbarera in versione pizzica…».
Sul disco sei molto rispettoso delle melodie ma poi arrangi con musiche che in genere non riconduciamo alla Romagna, una terra che, in effetti, ha sempre prodotto musica molto contaminata. E’ voluto?
«Sì ma è anche stato tutto molto naturale. Se penso alle cante di Spallicci ma anche a Romagna Mia, beh, le ho sempre trovate molto blues, con l’avvio in minore e i temi stessi che trattano. In fondo si tratta di work songs, canzoni di lavoro, non parliamo poi degli Scarriolanti! Mentre la provavamo con Michele Carnevali all’ocarina ci siam chiesti quante ocarine si sarebbero potute creare da una carriola piena di terra. Secondo me davvero è proprio la stessa poetica del blues».
E come ti trovi a usare il dialetto nelle canzoni?
«È una lingua fantastica, molto più musicale dell’italiano se si vuole approcciare una musica di matrice anglosassone. Questa cosa la penso da trent’anni, e non sono certo il primo, solo che mi sono dedicato per una vita ad esplorare altre strade, ma ho sempre notato quanta forza imprime al canto il nostro dialetto. In questo campo, della musica romagnola, sono un novizio, l’ultimo arrivato. Ma non finirà qui. E’ in atto una riscoperta doverosa anche da parte di musicisti giovane, è una cosa bellissima».
Il valzer di Creonti è un tuo pallino. A dire il vero pare lo sia di molti, tanta gente lo cantò ai Salesiani e Paolo Parmiani lo ricordò commosso. Cos’ha di speciale?
«Te lo dico come me lo disse una signora dopo un concerto: “Vorrei sentirla cantare al mio funerale”. L’ho scoperta grazie ai Canterini di Villanova, mi è arrivata come per caso questa canzone bellissima, potente e così semplice, all’altezza dei nostri classici, e ho pensato che dovevo fare il possibile per farla conoscere. Poi con Cristiano Cavina abbiamo scoperto che Creonti era cugino di suo nonno e, insomma, qualcosa di magico mi tiene legato a questo pezzo. L’ho suonata in modo molto intimo, con la fisarmonica di Christian Ravaglioli e con il pianoforte a coda. E’ insolito, ma ho pensato che uno strumento nobile fosse il più adeguato».
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