Un’antologia di 32 anni di lavoro per Nevio Spadoni

09 Dicembre 2017 Cultura
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Federico Savini«Una lingua antichissima, venuta dal lento ruminìo di centinaia di generazioni contadine, incardinate nel fondo della nostra anima; una lingua che ora si fa fresca, resa nuova per la virtù di uno dei più grandi poeti della nostra terra». Sono parole di Roberto Casalini del Ponte Vecchio, l’editore che ha appena dato alle stampa il monumentale volume, di oltre 400 pagine Nevio Spadoni. Poesie 1985-2017, in pratica l’antologica della produzione del professore di San Pietro in Vincoli che sempre Casalini definisce «forse oggi, nella pur fecondissima e viva poesia dialettale delle nostre province, il maggiore dei poeti viventi». E’ sempre problematico stilare classifiche che di oggettivo non possono aver nulla, ma è abbastanza facile riscontrare che, in effetti, non ci sono altri poeti dialettali romagnoli viventi dei quali altrettanto spesso si afferma la stessa cosa. E non è proprio una cosa da nulla - a quanto pare lo diceva anche Giovanni Nadiani - poter vantare come Spadoni un’antologia introdotta da un corposissimo e davvero approfondito saggio a firma Ezio Raimondi. Non parliamo poi della parte finale del volume, dove si raccoglie una breve antologia critica degli scritti sul poeta di San Pietro in Vincoli, con firme come quelle di Clelia Martignoni (grande esperta di Raffaello Baldini, sua la prefazione della raccolta Nèsar del 2014) e poi Mario Luzi, Franco Loi, Valrio Magrelli, Manuel Cohen, Bàrberi Squarotti, Brevini e ancora Bellosi, Benini Sforza, Nadiani, Martinelli (col quale Spadoni ha coltivato una prolifica e preziosa vena teatrale) e tantissimi altri.
«Nel dialetto di Spadoni – scrive Ezio Raimondi -, ruvido e aspro, con i suoi blocchi monosillabici e i suoi grumi consonantici, che impongono una scansione tesa o quasi drammatica, il flusso discorsivo sembra scaturire dal profondo del corpo, dall’intreccio mobile e inquieto delle sue sensazioni che hanno ancora lo scatto, il calore, la pienezza della vitalità». L’antologia dà quindi modo di saggiare l’evoluzione del suo linguaggio poetico, da Par su cont del ’85 fino ai versi inediti, qui pubblicati per la prima volta, di Agli Òmbar e I mur.
«Le vecchie raccolte erano in buona parte pressoché esaurite – spiega Nevio Spadoni – ed era quasi imbarazzante non averle quando me le chiedevano. Così, su consiglio di Giuseppe Bellosi abbiamo pensato a un’antologia e Roberto Casalini del Ponte Vecchio è stato subito felicissimo e orgoglioso di lavorare a questa operazione. E’ stato un lavoro impegnativo, anche a livello di correzione di bozze, assai complesse in dialetto, e voglio sottolineare la bellezza del risultato, a partire dall’opera di copertina di Vanni Spazzoli, artista che stimo molto».
Le tue prime pubblicazione risalgono a metà degli anni ’80, ma scrivevi da prima, giusto?
«Sì, fin dall’adolescenza, come credo quasi tutti. Non mi curai mai di pubblicare finché, al liceo linguistico di Forlì il mio collega Giovanni Nadiani, che leggeva i miei manoscritti e aveva appena pubblicato le sue prime cose, mi incoraggiò a cercare un editore. Mi presentò Giuseppe Bellosi e andammo alla Capit. Tutto partì da lì».
Ma c’era un clima di isolamento, al tempo, per la poesia dialettale?
«Naturalmente non parliamo di romanzi da classifica ma devo dire che c’era un gran fervore. Collaborai assiduamente alla rivista Tratti che Nadiani gestiva insieme a Guido Leotta. E’ stato un fondamentale punto di riferimento per la poesia vernacolare di allora e Giovanni mi mise in contatto con poeti tedeschi e di altre regioni italiane. Organizzammo anche eventi con gli studenti che avevamo a Forlì, anche con personalità come Davide Argnani e Amedeo Giacomini, che mi coinvolse nella sua rivista di poesia in lingue minoritarie».
Quando sono arrivati i primi riconoscimenti?
«Abbastanza velocemente. Dopo la vittoria del premio Boncellino e la prima raccolta, già alla seconda (Al Voi / Le voglie, 1986, nda) si interessarono in molti. Barberi Squarotti lo introdusse, Franco Brevini notò un’evoluzione, un asciugamento del linguaggio, Giacinto Spagnoletti e Cesare Vivaldi mi inserirono tra i poeti dialettali nella Garzanti».
Come mai scrivi versi in dialetto?
«Semplice, perché è la mia prima lingua. Al di là di un primissimo approccio bilingue ho sempre scritto poesia in romagnolo. Poi aSan Pietro in Vincoli avevamo importanti cultori come il dottor Gioacchino Strocchi, che condivise la prigionia con Tonino Guerra, e il farmacista Bruto Carrioli, alla testa dei canterini romagnoli. Coi miei fratelli parliamo ancora in dialetto, tra di noi».
E’ stato spontaneo, insomma…
«Sì, del tutto spontaneo, ha a che fare con la mia storia personale, è anche un fatto generazionale. Credo che la poesia dialettale vada per forza pensata in dialetto, se accade l’inverso poi le forzature si sentono».
La traduzione degli Esercizi dai lirici greci è stata un’operazione molto personale, per certi versi rischiosa. Da dove nasce?
«Dalla mia passione per la letteratura e la tragedia greca, in fondo anche la filosofia che insegno viene da lì. Ho sempre sentito i lirici greci molto vicini alla mia sensibilità, così li ho tradotti. Operazioni del genere erano già state fatte da altri, penso a Walter Galli su Marziale e a Tomino Baldassarri su altri».
E il Dante bêdm a me! che porterai al Rasi non è una traduzione?
«No, immagino un contadino che dialoga con Dante con dei monologhi in italiano dialettizzato, quella lingua sgangherata con la quale i nostri vecchi ostentavano un uso dell’italiano un po’ fuori portata. Domenica 10 sarò alle 15 al teatro Rasi di Ravenna accompagnato dai musicisti del Quartetto Klez».
Tornando alla raccolta, ci sono anche degli inediti…
«Sì, Agli Òmbar sono 11 poesie inedite, che ho letto a Roma, in un convegno al Tempio Adriano con poeti italiani e stranieri, mentre I Mur è un poemetto, già finalista all’Ischitella, che parla dei muri di ogni genere, delle tante divisioni del mondo di oggi».
 
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