Ravenna, Cas (centri accoglienza straordinaria) / 2: L'esperienza della cooperativa Dolce

Ravenna | 22 Dicembre 2018 Cronaca
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Soheila Soflai Sohee è la coordinatrice dei progetti di integrazione della cooperativa sociale Società Dolce, che a Ravenna gestisce - sotto l’attenta direzione di Stella Coppola, dirigente di area centro della cooperativa - due strutture per donne e bambini richiedenti asilo. «Avremmo dovuto iniziare con il nuovo bando dal primo ottobre, ma il decreto ha bloccato la determina di aggiudicazione e la Prefettura dovrà emetterne uno attenendosi alle cifre previste dal governo. Al momento stiamo lavorando in proroga e andremo avanti fino a marzo, ma col nuovo bando bisognerà valutare se partecipare o meno, in quanto potrebbe non essere sostenibile». Le nuove normative eliminano di fatto una serie di servizi fondamentali che, secondo la cooperativa, dovevano continuare a far parte della rosa di offerte di un centro. «Parliamo di servizi di integrazione fondamentali - prosegue Soflai Sohee -: è come se si dicesse che a queste persone bastano un tetto ed un piatto di pasta, senza pensare che, invece, necessitano di tutta una serie di servizi che evitano di creare indigenti sul territorio. Abbiamo persone che quando escono hanno già un lavoro perché sono state seguite in modo puntuale, e questo è stato possibile grazie ad un lavoro di rete portato avanti da enti di formazione, Comune e centri per l’impiego. Per arrivare a questo risultato sono stati fatti tanti step, ma ora il decreto arriva come uno strike che fa cadere tutti i birilli. Adesso le cooperative dovranno valutare se mantenere in piedi il servizio e tanti operatori, specializzati in questo settore, sono già ‘a spasso’. Un altro aspetto del non avere finanziamenti per un’efficace gestione dei migranti è l’impatto che si avrà sulla città, e sono convinta che i soldi che vengono tolti all’inizio verranno spesi dopo. Al momento ci sentiamo sospesi, l’assessora Valentina Morigi si sta dando molto da fare, ma allo stesso tempo ha le mani legate. Di fronte a questa situazione siamo tutti impotenti». I due centri, casa Maria e Casa Dunya hanno rispettivamente una capienza di 25 posti, di cui al momento 5 liberi, e 20, di cui quelli occupati sono 15. «Ci sono strutture che stanno chiudendo e sappiamo che dovremo accogliere altre ragazze in via temporanea. Adesso la speranza è di far concludere il percorso a chi c’è». Le ragazze, dai 18 ai 30 anni, arrivano dalla Nigeria, dalla Somalia, dal Ghana, dalla Serbia e dalla Costa d’Avorio e necessiterebbero dei servizi che il decreto va ad abolire. «Con i nuovi dispositivi l’insegnamento dell’italiano viene eliminato e diminuire la diaria significa diminuire il rapporto con l’operatore, che invece è fondamentale. Sono nuclei monogenitoriali, spesso sono donne gravide vittime di stupro e il sostegno psicologico diventa fondamentale. Serve molta presenza, ma per come stanno oggi le cose non riesco ad immaginare un futuro. In molte hanno segni di tortura, alcune in corso di certificazione, altre da certificare, e servono interventi necessari per ripristinare un buono stato di salute». Un altro aspetto che contraddistingue le due strutture è il lavoro portato avanti insieme al mondo del volontariato. «A Casa Maria abbiamo un rapporto con il territorio e con il vicinato molto forte: si fa pulizia del verde insieme agli abitanti della via e abbiamo ragazze che, due volte la settimana, vengono a giocare con i bambini. C’è anche un’insegnante di italiano che viene a fare un’ora di insegnamento in più ogni settimana e, insieme al Comune, stiamo portando avanti il progetto «Casa dolce casa», che coinvolge anche 12 classi delle scuole superiori. Alle lezioni in aula si affiancano le visite dei ragazzi nelle nostre strutture: si tratta di momenti di scambio davvero preziosi perché in questo modo gli studenti toccano con mano la realtà e si creano un’idea tutta loro, non imposta dai media né da noi». (fe.fe.)
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