Oliviero Toscani si racconta in occasione della mostra al Mar di Ravenna

Romagna | 13 Aprile 2019 Cultura
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Elena Nencini
Radicale, rivoluzionario, uno dei grandi fotografi italiani, Oliviero Toscani, sarà a Ravenna al Museo d’arte della città con la mostra Oliviero Toscani. Più di 50 anni di magnifici fallimenti, a cura di Nicolas Ballario (inaugurazione sabato 13 aprile, ore 18. Fino al 30 giugno, orari: 9-18, da martedì a sabato; 11-19 domenica). Una mostra che ribadisce la volontà del Mar di realizzare mostre dedicate alla fotografia a primavera – l’anno scorso con la personale di Alex Maioli e il prossimo anno con Roberto Roversi - e che ripercorre la carriera di Toscani con oltre 100 foto che mettono in scena la potenza creativa del fotografo milanese divenuto famoso per i suoi scatti controcorrente.
Figlio di uno dei primi fotoreporter del Corriere della Sera, Toscani studia fotografia a Zurigo, poi vola a New York dove entra in contatto con le grandi riviste di moda - Harper’s Bazaar, Vogue, Elle - e la Factory di Andy Warhol. Senza parlare dello storico connubio con Benetton. In mostra le sue celeberrime, e celebratissime e criticatissime campagne pubblicitarie (il fondoschiena di Donna Jordan in primissimo piano per i jeans Jesus, era il 1973 con lo slogan Chi mi ama mi segua, ideato sempre da Toscani; Bacio fra prete e suora; No-Anorexia, 2007, con la modella Isabelle Caro poi mancata per anoressia), nonché i ritratti fotografici di Mick Jagger, Lou Reed, Carmelo Bene, Federico Fellini e i più grandi protagonisti della cultura dagli anni ‘70 in poi.
Lei è figlio d’arte, quanto ha influito nella sua vita questo?
«Un padre reporter e una madre con buon gusto. È una fortuna, uno parte privilegiato. Trovo che fare il mestiere di famiglia non sia un male, perché si ha già nel dna qualcosa, come un istinto».
Che cosa rappresenta per lei la fotografia?
«Il mezzo più moderno per comunicare. Non sono un feticista delle macchine fotografiche. La fotografia è solo un mezzo di comunicazione, mi serve per raccontare delle storie».
C’è una macchina fotografica che ha amato sopra ogni cosa?
«Roba da feticisti. Per me fotografare è come guidare un’automobile: non basta saper guidare per fare il pilota. La maggior parte della gente va a spasso con la macchina fotografica. Mi sta anche sulle palle perché pesa. Bisogna saper raccontare delle storie, non è sufficiente fotografare».
Di solito rifugge gli spazi istituzionali, come mai a Ravenna ha accettato di esporre le sue foto per la prima volta in un museo?
«Io non sarei capace di organizzare le mostre, ci pensano i miei collaboratori. Le foto in mostra sono state pubblicate su tutti i giornali del mondo, hanno visto di tutto e di più. Se uno scatto va in un museo, invece, è un ambito molto ristretto rispetto a dove solitamente pubblico. Non basterebbe una guida del telefono per elencare tutti i giornali e i posti dove sono state pubblicate queste foto. E’ la fine quando vai nei musei. Sono finito».
50 anni di carriera, qualche rimpianto o rimorso?
«No. Avrei voluto fare molto di più. Non avere paura delle critiche, non fermarmi davanti ai problemi».
Dai grandi ritratti della moda alle campagne di sensibilizzazione per l’osteoporosi o l’anoressia, due mondi completamente diversi.
«Le fotografie vengono utilizzate in pubblicità, io non ho mai venduto niente con le mie fotografie. Io faccio le fotografie, e devono essere rispettate per quello che sono. Ci penso io a tagliarle, non gli altri. Ci vuole rispetto».
Tra i tantissimi personaggi che ha fotografato, da Patty Smith a Andy Warhol, ce ne è uno che le è rimasto impresso?
«Muhammad Ali, molto particolare. Mi ha colpito la sua forza, l’intelligenza».
Una sezione della mostra è dedicata ai suoi ritratti in piazza per il progetto «Razza umana». Come mai questa scelta?
«Io giro il mondo, metto il mio studio a disposizione e fotografo la gente. Mi sono sentito dire da qualcuno che ‘gli rubo l’anima’ con le fotografie. E l’anima è qualcosa di cosi intangibile. Più la gente viene fotografata più si svuota. Vedi il mondo della moda, le modelle, le attrici. Non trasmettono nessuna umanità. La gente comune è interessante ha un’anima, specie chi non è mai stato fotografato da un professionista».
Cosa le piacerebbe ancora fotografare?
«Tanto. Tutto quello che è possibile».
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