Lino Guanciale al teatro di Faenza porta sul palco «La classe operaia» di Petri

Romagna | 05 Aprile 2019 Cultura
Elena Nencini
Se non avete già comprato il biglietto per le due repliche di La classe operaia va in paradiso, con Lino Guanciale venerdì 5 e sabato 6 aprile alle 21 al Teatro Masini di Faenza, mettetevi il cuore in pace perché le tre serate hanno raggiunto già il sold out. Al massimo potrete incontrare venerdì 5 aprile alle 18 al Ridotto del Masini l’attore con la compagnia. Lo spettacolo è prodotto da Emilia Romagna Teatro Fondazione – Teatro Nazionale ed è liberamente tratto dall’omonimo film di Elio Petri del 1971, per la regia di Claudio Longhi.
Ad interpretare il protagonista Lulù Massa (nel film era Gian Maria Volontè) è Lino Guanciale, che ha contribuito anche a portare sul palco lo spettacolo. La vicenda si svolge dopo un infortunio di Lulù durante le ore di lavoro in fabbrica, che riscopre così la coscienza di classe. Il film all’epoca creò un grande dibattito all’interno della sinistra italiana, scontentando tutti.
Guanciale, da Pasolini, con cui è stato a Ravenna poco tempo fa, a Petri. Ama confrontarsi con i grandi classici?
«Grandi classici eretici. Entrambi sono stati considerati tali, soprattutto dalla parte politica e culturale alla quale erano più vicini. Eretici di ieri che riescono a parlare molto bene di questi tempi».
Come nasce l’idea di proporre il film «La classe operaia va in paradiso» al regista Claudio Longhi?
«Longhi stava preparando il bando di concorso per la direzione di Emilia Romagna Teatro ed ha dovuto preparare un’ipotesi di triennalità progettuale per la sua eventuale direzione. Pensava a un progetto che fosse basato sui temi della crisi e del lavoro. Da anni cercavamo di trovare un classico cinematografico da portare a teatro e così gli ho proposto La classe operaia va in paradiso. Mi disse di si, ma non credo si ricordasse bene il film. Quando ci abbiamo messo insieme la testa, ha rincarato il gradimento e la determinazione nel portare in scena un soggetto particolarissimo, il più mirabile esempio di working progress della storia cinematografica italiana».
Che tipo di scelte avete fatto nella trasposizione?
«Volevamo parlare di crisi, di difficoltà, ma senza accontentarci di adattare il film sic et sempliciter per il teatro, abbiamo così smontato e rimontato tutte le scene. Abbiamo realizzato tante interpolazioni, con battute di critici dell’epoca e di critici di oggi. È una specie di grande cantiere, intorno al film, ma che cerca di andare avanti. Il gesto di Petri è simile a quello di Pasolini, cioè si pongono in una realtà che non è la loro, ma rimanendo altro rispetto al mondo con cui cercano di fondersi. Noi abbiamo cercato di fare lo stesso».
Nel film Volontè dice «per queste 4 lire bastarde fino alla morte» sembra purtroppo una frase molto attuale?
«La profezia era che non si sarebbe più lavorato per vivere, oggi si vive per lavorare infatti. Nella vita di ognuno, nella storia dell’uomo, è diventata un’ossessione, con un corollario di status che ne conseguono. Chi non lavora è un reietto, messo alla stregua dei criminali, i pregiudizi in cui viviamo sono molto forti. Se parli con i giovanissimi quella di Lulù Massa è la loro storia. E’ un personaggio tanto amato dai ragazzi, si riconoscono in lui nelle loro vite. Mi dicono “Noi siamo soli, stiamo peggio di Lulù, lui perlomeno aveva i sindacati, i compagni di fabbrica”».
Quali difficoltà ha trovato nell’incarnare il suo Lulù?
«In tanti aspetti è la mia storia. Sono un workaholic, era un’occasione terapeutica per me, o perlomeno di una presa di coscienza. Nella prima fase delle prove mi sono adeguato al modello di Volontè. Poi quando mi sono sentito sicuro mi sono allontanato, da lui, per trarre ispirazione ma fare qualcosa di diverso. Il mio personaggio ha una voce più scura di Volontè, è più cattivo, più sporco di quello di Volontè. È piu razzista, è più contento di essere il campione del padrone, più felice di aderire ai suoi dettami. Ho cercato di costruirlo in maniera più attuale, e poi la seconda voce è quando ci sono alcuni ‘strappi’ nel personaggio. Allora   sono a parlare direttamente io, o l’anima di Lulù che esce dalla maschera. La terza è quella del prologo dove recito con sette o otto operai che raccontano le proprie tragiche storie di lavoro. Nel prologo si ritrova già tutto, come in un’overture, vedi in dieci minuti quello che vedrai nelle successive due ore».
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