IL TESSITORE DEL VENTO | Il commissario Zingaretti

Emilia Romagna | 10 Marzo 2019 Blog Settesere
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Guido Tampieri - A rinfrancarmi bastò l’annuncio: alla segreteria del PD si candida Zingaretti. Ecco un uomo che Benigni prenderebbe in braccio, mi sono detto. Per conto di un popolo. Quando ho capito che non era il commissario Montalbano ci sono rimasto male. Anche perché, a occhio, Nicola pesa più di suo fratello e sollevarlo non è uno scherzo. Tutto oggi è più pesante, la delusione, la diffidenza, la sfiducia. Verso la politica in generale ma particolarmente verso la sinistra. Sforzarsi di capirne e curarne le ragioni è l’inizio di un percorso. Pretendere che sia la gente a comprendere le nostre è la fine di tutto. Quel che pensa lo ha detto col voto.
In democrazia non c’è altro che conti. La partecipazione alle primarie è stata confortante. Sul significato di questo inaspettato successo dirà il tempo. Le elezioni vere sono un’altra cosa, il voto d’opinione è mosso da impulsi meno amichevoli. Il futuro è un libro bianco, molto dipenderà da quel che il nuovo gruppo dirigente saprà scriverci.
Sui contenuti non c’è stato confronto. La gente, anche quella di sinistra, guarda ormai più agli uomini che alle idee, forse perché quando le cerca non le trova. E anche per questo, credo, che è diventata così volubile. Il popolo che si è recato a votare domenica sa bene perché ma non ancora per cosa. Lo ha fatto contro questo Governo, così come si mobilitò contro Berlusconi. Lo ha fatto perché scontento di Renzi, come lo fu di Bersani e, prima, di D’Alema. Lo ha fatto per tornare a sinistra, dopo essersi concesso a un leader che ne aveva preso le distanze. Lo ha fatto sopratutto nella speranza di voltare pagina, anche se non conosce quale sia il progetto di Zingaretti.
Leopardi parlava del fascino dell’indistinto. Quel che si distingue è che in tutta i partiti si e restaurato il professionismo politico, abiurato appena ieri.
Sembra di essere sulle montagne russe. Forse dovremmo aiutare i nostri rappresentanti a sbagliare di meno quando si è in tempo per farlo. Anziché disconoscerli dopo. Lo dico a prescindere, per una questione di metodo, che vuole essere anche un suggerimento per un futuro di rapporti più partecipati e leali. L’unità si costruisce attraverso il dialogo, se non lo pratichi, invocarla è pura ipocrisia. Quando si perde malamente non è facile essere lucidi. In poco tempo questo partito, così nuovo e così vecchio, é passato, come in una sauna finlandese, dall’umiliazione in streaming all’euforia delle europee, per poi ripiombare nella frustrazione dopo il tracollo elettorale. Lo smarrimento è ancora forte, ma c’è voglia di reagire. Che bisogna saper orientare. Perché non assuma la piega di una rivalsa verso gli avversari ma quella di un riscatto agli occhi dei cittadini.
Mi scuso se sono pedante e parlo di sentimenti. Questa è una vicenda nella quale rivestono un ruolo importante. Non mi riferisco agli umori, sempre mutevoli, ma a qualcosa di più profondo, radicato nel rapporto fra cittadini e politica, denso di ispirazioni valoriali, capace di suscitare innamoramento e, di converso, risentimento, se si sente tradito.
Nella sofferenza del Pd c’è tutta la difficoltà planetaria della sinistra ma poi pesa uno specifico proprio, rappresentato dalla compromissione di una sintonia emotiva con la parte popolana del Paese. Il guasto non si è verificato in un punto qualsiasi del circuito relazionale, a causa di un errore che si può riparare con un pronto intervento. Si è prodotto al cuore del rapporto, attraverso cui passa il fluido vitale che genera da un lato riconoscimento e dall’altro identificazione.
È insorta una domanda: tu con chi stai, dalla parte dei deboli o da quella dei forti? La risposta che molti si sono dati aspetta ancora di essere confutata. La sinistra ha vinto e (più spesso) perso ma mai è stato in discussione il suo orientamento sociale. Sappiamo che le cose non stanno proprio così, che il Pd non è passato sull’altra sponda, che dalla parte di chi ha bisogno si può stare in tanti modi.
Conosciamo anche la retorica sulla povertà dei regimi reazionari. E però qualcosa è accaduto. Se non la sensibilità, l’attenzione si e allentata. La percezione popolare spesso deforma i contorni delle cose ma di rado le inventa. Aver ceduto il campo sulla povertà, prima che un regalo ai grillini è stato un torto ai nostri valori e, soprattutto, ai poveri. Si può essere in ritardo su tante cose ma non su questo. Al netto delle speculazioni e di un approccio sbagliato, resta il fatto che i grillini il problema l’hanno affrontato con forza. Dovrebbe bastare questo a sconsigliare controproducenti sarcasmi.
Zingaretti è la scelta giusta perché è il più indicato a ricucire questo strappo. Dicono che è un uomo a posto e, fra tanti spostati, non è poco. Il cane è arrabbiato e la mano va accostata alla testa da sotto. Un basso profilo può aiutare. Inutile cercare un leader che non c’è, e forse sarebbe tempo di liberarsi di questo assillo. C’è tanto da fare.
Questo gruppo dirigente è lo stesso che preconizzava un trionfo al referendum. Ha le antenne spente. Anche il territorio è povero di risorse. A Forlì il Pd candida a sindaco un uomo di settant’anni, a Casola è in campo il mio vecchio amico Sagrini. La stagione della rottamazione è finita ma il rinsanguamento che serve non è cominciato. Aprire non basta più, bisogna uscire.
Fuori c’è un mondo intero. Ci vorrà tempo. Per rigenerare la forza, per riconquistare le ragioni della sinistra, per dare al Paese un progetto degno.
Poi si potrà pensare alle alleanze. Dalla manifestazione di Milano ai gazebo l’Italia decente ha chiamato. È tempo di rispondere.
 
Ps. Il Grillo sparlante ha detto che il razzismo è un falso problema. 200.000 persone in piazza a Milano hanno detto che Grillo ha un vero problema.
 
 
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