IL CASTORO | Nell'inserto del Liceo «Torricelli-Ballardini» di Faenza il sindaco Malpezzi parla di Immigrazione

Romagna | 22 Marzo 2019 Blog Settesere

Martina Panzavolta

«Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». Queste le parole dell’Articolo 10 della Costituzione, che sembrano essere in disaccordo con il nuovo dl 113 (decreto Salvini). Infatti, quest’ultimo cambia in maniera sostanziale tutto il sistema di accoglienza. Per esempio, la concessione di protezione umanitaria viene circoscritta a casi specifici, sono ridotte le risorse per poter costruire una buona integrazione degli immigrati e i comuni non possono più concedere la residenza anagrafica. Il decreto presenta aspetti di possibile incostituzionalità? Sembra di sì, dal momento che non difende pienamente i valori universali professati dalla Costituzione. Cosa viene prima? «La domanda è retorica - risponde Andrea Luccaroni, assessore della Polizia Municipale di Faenza - la Carta enuncia dei principi che dovrebbero essere sacrosanti, la legge li dovrebbe declinare.  Li leggiamo in contrasto, ma finché non c’è qualcuno che lo riconosce navighiamo nella nebbia. Dobbiamo trovare appigli formali».

Appellandosi ai valori universali, alcuni sindaci d’Italia hanno deciso di non applicare nei propri comuni il decreto. È legittimo tale rifiuto? «Ci sono casi eccezionali in cui la legge non deve essere osservata - dice Giorgio Lattanzi, giudice e presidente della Corte Costituzionale -. L’osservanza della legge non può giustificare qualsiasi cosa: ci sono dei valori supremi che vanno difesi anche quando sono contrastati dalla legge». 

Il Comune di Faenza non si è schierato in tal senso: «Attendiamo la Prefettura di Ravenna, siamo ancora in stato di proroga - chiarisce il sindaco Giovanni Malpezzi -. Finché non avremo i contenuti del bando, la nostra intenzione è quella di continuare come abbiamo sempre fatto, pur sapendo che dovremo trovare delle soluzioni per il processo di integrazione, attenendoci a questa nuova legge. Cercheremo di contrastare il decreto con le azioni che ci sono consentite». Quali? Malpezzi spiega che, per esempio, l’Unione della Romagna faentina ha sospeso i procedimenti di diniego all’anagrafe, perché comporterebbero l’impossibilità di ottenere i permessi sanitari e lavorativi. Le richieste di residenza sono state congelate e, per sviare i problemi che sorgono in mancanza del permesso, l’anagrafe sta rilasciando comunque i certificati che si ottenevano solo con la residenza. Con la stessa «politica dell’attutire», si cercheranno nuovi fondi per compensare i rimborsi delle comunità d’accoglienza, che altrimenti non avrebbero risorse necessarie per offrire servizi di integrazione sul territorio. «Anche se la critico, la legge va applicata, finché è legge: la disobbedienza civile non la posso legittimare», ribadisce il sindaco. L’inserimento degli immigrati è l’obiettivo da raggiungere, secondo la giunta comunale, per riuscire a risolvere e migliorare il problema migranti. La Lega è d’opinione differente: Jacopo Berti, candidato a sindaco di Castel Bolognese, sostiene che la fonte del problema migranti sia stato un cattivo investimento economico. Egli afferma che «bisogna intervenire nel loro paese», per porre l’immigrato nella condizione di non partire, occorre evitare loro il «viaggio della speranza».

Come trattare coloro che ormai sono già qui? Bisogna ribadire che, in realtà, i numeri sarebbero molto gestibili. L’allarme «assaliti dai migranti» è un’amplificazione della realtà. Per esempio, i richiedenti asilo nei comuni dell’Unione della Romagna faentina sono solo lo 0,02 % della popolazione su circa sette mila residenti stranieri regolari. «Si tratta di numeri irrisori: la percezione è montata dai media, come spesso succede» afferma Luccaroni. «È evidente - continua - che chi ha pensato il decreto crede che queste persone possano essere tenute in una specie di ʻbollaʼ sospesa, che impedisce loro di avere rapporti con il territorio. Ovviamente non è così, perché in un modo o nell’altro ognuno di loro vive, per un certo periodo, in una delle nostre città». Cosa succederà una volta che verrà dato loro il foglio di espulsione? Dal momento che lo Stato non ha risorse sufficienti per il rimpatrio, molte persone si ritroveranno fra le nostre strade in una condizione di invisibilità. Sarebbe il primo passo per innestare un meccanismo di delinquenza non facile da controllare. Luccaroni ha idee chiare in merito: «Isolare non è mai stata una buona politica. Altri paesi europei hanno vissuto spinte immigratorie maggiori delle nostre: i quartieri-ghetto hanno subìto radicalizzazioni terroristiche. Abbiamo la fortuna di poter vedere che queste situazioni problematiche non si sono presentate proprio dove c’è stata inclusione, dove l’immigrato si è sentito cittadino. Segregare crea tensione. Il decreto sicurezza potrebbe portare, paradossalmente, a una condizione di insicurezza».

 

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