IL CASTORO | Intervista a Benedetta Tobagi: «Riallacciare un rapporto nella confusione di un’epoca»

Romagna | 14 Giugno 2019 Blog Settesere

Benedetta Gori

Quando si parla di «Anni di piombo», ci si trova immersi in un periodo estremamente complesso, in cui è difficile districarsi tra diversi punti di vista. Eppure il libro di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter Tobagi, ucciso dalle Brigate Rosse, cerca proprio di fare chiarezza sul clima politico di un’Italia ideologicamente divisa, attraverso lo studio, la ricerca e la riscoperta della figura paterna.

Dal libro emerge chiaramente un forte legame famigliare. Come hanno reagito i suoi parenti alla pubblicazione?

«La storia narrata nel libro riguarda tutta la mia famiglia e non unicamente la mia persona o la vicenda tragica che coinvolse mio padre quindi, prima di scrivere il romanzo, decisi di domandare il loro permesso. Se avessero avuto problemi a tal proposito, io non avrei esitato a fermarmi. Fortunatamente i tempi erano ormai maturi e quindi mi dissero di sì. In ogni caso decisi di porre due condizioni: la prima a me stessa. Volevo essere discreta e non inserire vicende troppo personali. La seconda invece ai miei cari: non avrebbero potuto leggere il libro prima che fosse concluso. Quando finalmente lo ebbero tra le mani, lo divorarono in pochissimo tempo. Mia madre una volta terminato, mi ha fatto recapitare a casa un mazzo di rose pallide, un gesto che ho trovato molto delicato, per farmi capire che aveva inteso tutte le ellissi inserite nel romanzo. Quanto a mio fratello, mi ha ringraziato dicendomi: “Mi sono sempre chiesto come avrei raccontato la storia di nostro padre ai miei figli. Adesso mi hai tolto un peso, perché so che c’è il tuo libro”. Sapendo quanto è importante per lui la famiglia, non ho potuto fare a meno di commuovermi».

Il titolo del libro e l’esergo fanno riferimento a una poesia intitolata «Ogni Caso» di Wisława Szymborska. Che cosa rappresenta rispetto alla sua vicenda e a quella di suo padre?

«Ho scelto di utilizzare questa poesia per il mondo che le sta dietro. Infatti “Come mi batte forte il tuo cuore” è l’ultimo verso di un componimento che descrive uno stato d’animo completamente diverso da quello che le parole finali sembrano lasciar intuire. Parla del sollievo provato in seguito a un mancato pericolo e di quando si è salvi per una coincidenza, un dettaglio, una cosa da nulla. Inizialmente esprime quindi il conatus vivendi proprio a ogni uomo, per creare poi un punto di sospensione e un’apertura verso la persona che ha subito quella vicenda negativa. Da qui nasce anche il tema della responsabilità e del senso di colpa, che spesso grava sugli innocenti e i sopravvissuti. Un peso che mi ha fatto interrogare a lungo sulla vicenda di mio padre e che ho sottolineato nel mio libro. Questi dubbi aprono poi uno spazio all’empatia, espressa perfettamente attraverso la grammatica paradossale del titolo e importantissima per l’uomo. Infatti essa ci aiuta sia ad entrare in contatto con una persona da cui si è separati, sia ad arginare le derive violente della società: due questioni fondamentali del romanzo».

I terroristi della brigata XXVIII Marzo, nel rivendicare l’assassinio di suo padre, citano Antonio Gramsci. Avendo lei studiato filosofia all’università, come si è rapportata ai filosofi strumentalizzati e qual è il suo Gramsci rispetto a quello dei terroristi?

«In un primo momento la frase citata dai terroristi fu scioccante, ma si rivelò poi una grandissima provocazione e uno sprone a studiare per moltissimi anni a venire. Personalmente trovo la figura del filosofo sardo estremamente struggente. Nonostante Gramsci fosse malato, fragile e rinchiuso in prigione, ciò non gli ha impedito di scrivere e riflettere sulla cultura, la letteratura e la politica italiana. È il simbolo di un uomo che non si arrende e che ispirò gli italiani che fecero la parte del leone nella Resistenza. È la persona meno violenta che possa venire in mente, ma che chiaramente ha coltivato l’idea radicale di comunismo come lotta di classe e trasformazione delle strutture economiche della società. In ogni caso credo che la differenza risieda proprio nella vita del filosofo, che ha dovuto temprare il proprio pensiero con un’esperienza forte, al contrario di chi ha preso la scorciatoia terroristica».

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