IL CASTORO | In Emilia Romagna quasi 350 hikikomori: eremiti sociali, soprattutto giovani

Romagna | 07 Giugno 2019 Blog Settesere
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Elisa Toni

Hikikomori in giapponese significa «stare in disparte». Sono 346 gli eremiti sociali in Emilia Romagna. Il fenomeno riguarda principalmente giovani tra i 14 e i 25 anni, che hanno deciso di ritirarsi dalla vita sociale per periodi lunghi. Non studiano, non lavorano, non hanno amici e si rinchiudono nella propria camera, evitando ogni contatto diretto con il mondo esterno. Come fanno a non impazzire? Trovano rifugio nella rete e nei social network, l’ultimo contatto che hanno con la società. E' difficile fornire delle stime precise, ma i dati sono allarmanti: al momento in Giappone si sarebbe arrivati a superare la cifra record di 1 milione di casi. L’Italia è il paese europeo più colpito di tutti, con circa 100mila giovani esclusi. L'hikikomori, infatti, non è una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all'inizio, ma un disagio sociale che riguarda tutti i paesi economicamente sviluppati del mondo.Le cause possono essere diverse: caratterialmente questi ragazzi sono spesso intelligenti, introversi e sensibili, e ciò impedisce loro di affrontare tutte le difficoltà della vita. Anche un cattivo rapporto con i genitori, in particolare l’assenza emotiva  del padre e l’eccessivo attaccamento alla madre, può influire sul rifiuto di aiuto del figlio. È soprattutto la scuola a essere un luogo vissuto con particolare angoscia dagli hikikomori, infatti il loro disturbo comincia proprio durante gli anni delle medie e delle superiori, in seguito a una delusione, per esempio un brutto voto o un episodio di bullismo. Inoltre gli hikikomori hanno una visione molto negativa della società: da un lato la criticano e soffrono particolarmente la pressione che l’aspettativa della realizzazione sociale comporta, dall’altro la rifuggono, sentendo che non potranno mai farne parte completamente. La società odierna tende a essere narcisistica, individualista e competitiva, non tollera la goffaggine e la bruttezza ed è ossessionata dall’aspetto esteriore e dall’immagine sociale. Gli hikikomori si rifugiano nella rete, dove possono muoversi liberamente senza esporsi in prima persona. Abbiamo chiesto al dottor Stefano Costa, responsabile delle unità di psichiatria e psicoterapia dell’età evolutiva dell’Ausl di Bologna, di rispondere alle nostre domande.

Quali sono i rischi per la società se il numero degli eremiti aumenta?

«Non parlerei di rischi per la società, ma di interrogativi che la società si deve porre a fronte di un numero crescente di ragazzi che manifestano situazioni di disagio di cui il ritiro è solo una delle varie forme. Questi sono spesso ragazzi che si sentono giudicati, che temono il giudizio negativo e si ritirano. Vanno potenziati i fattori protettivi e di aggregazione».

Sono anche autolesionisti? Sono a rischio suicidio?

«Alcuni quadri che hanno come sintomo il ritiro, come i disturbi di personalità, hanno anche sintomi di tipo autolesivo».

Possono essere pericolosi e aggressivi verso la loro famiglia?

«Sia in letteratura, sia nella nostra casistica l’aggressività non è parte del quadro clinico del ritiro, anche se dietro a questo sintomo vi possono essere disturbi psicopatologici molto diversi. In alcuni casi l’ansia che spinge a evitare la scuola e i coetanei è fortissima e, come per tante fobie, se una persona fosse costretta a forza a incontrare ciò che lo spaventa, non sarebbe da escludere un comportamento critico, ma dovuto a disperazione non a un agito pianificato».

Il continuo sviluppo di Internet e dei social può essere considerato una causa?

«Diversi studi e autori che si occupano di questo tema non sostengono questa idea, quanto piuttosto che l’uso dei social e dei giochi divenga una forma di normalizzazione per i ragazzi, che però si ritirano non per giocare, ma perché temono la frequenza dei coetanei».

Perché gli Hikikomori ritengono la società fallita?

«Non ho dati o elementi su questo. Posso solo dire che il quadro di rifiuto della società competitiva, che è descritto tipicamente in Giappone, non si ritrova di solito nei ragazzi europei che spesso sono ritirati -come detto- per timore, non per critica alla società».

In che modo possono essere aiutati?                                                                                                                   

«Ci sono azioni importanti preventive come quella di creare un clima accogliente nelle scuole, non giudicante, non competitivo. Amici e compagni possono, di fronte ai primi segni di ritiro, provare a coinvolgere il ragazzo cercandolo, chiamandolo, ndolo sentire importante. Quando il ritiro è diventata una difesa strutturata è necessario invece un intervento misto sociale-sanitario, che spesso si avvale di educatori che fanno interventi domiciliari, di colloqui per i genitori ed il ragazzo e, solo in alcuni casi, anche di terapia farmacologica. Esistono laboratori educativi nell’ambito dei servizi di neuropsichiatria e psicologia dell'età evolutiva che i ragazzi quasi sempre riescono ad accettare, perché composti da gruppi piccoli».

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