IL CASTORO | Don Mussie Zerai Yosief: «Senza gratuito patrocinio, la legge non è uguale per tutti»

Faenza | 24 Gennaio 2019 Blog Settesere

Martina Panzavolta

Parla lentamente, pesa ogni singola parola, non cerca consenso ma propone un lucido ragionare sulla cruda realtà di cui tutti facciamo parte. Questo è il don Zerai che si sono trovati di fronte gli studenti del liceo Torricelli-Ballardini. Il Castoro l'ha intervistato.

Leggendo la sua biografia, sembra che lei abbia un soprannome: «angelo dei profughi». Vuole spiegarne il motivo?

«In realtà il soprannome è stato coniato dai giornalisti che hanno intervistato alcuni naufraghi. Questi ripetevano «per noi è stato un angelo», ringraziandomi di cuore per il sostegno e il soccorso che ho dato loro».

Quanto è stato importante per lei studiare filosofia all’università?

«È stato molto importante. La filosofia è fondamentale, mi ha aperto la mente, aiuta a comprendere il pensiero e il suo sviluppo, è un modo per capire come il ragionamento ha condotto l'uomo a istituire le leggi e i diritti degli uomini. Insegna inoltre a formulare la propria lettura critica tramite la conoscenza dei pensieri diversi e il confronto».

Una delle sue battaglie è stata quella contro la tratta degli schiavi del Sinai. Qual è la situazione attuale?

«Il capitolo Sinai è finalmente chiuso: c'è stato un intervento militare fra Egitto e Israele che ha chiuso i confini e quindi questo tipo di traffico è cessato. La tratta continua a esserci però in altri Stati come Libia, Sudan e sarà un'altra battaglia lunga e faticosa. Sarebbe più facile se si aprissero canali per chi tenta di raggiungere l'Europa: migliorando i sistemi di protezione, si potrebbero ottenere visti e passaporti per viaggiare con sicurezza e legalmente. Se non si aprono canali alternativi, i trafficanti avranno la meglio, ma non basta, bisogna anche combattere le cause alla radice».

Lei ha rapporti con personaggi e istituzioni di rilevanza mondiale: il Papa, l'Onu, organizzazioni politiche europee e americane. È difficile il dialogo?

«Non è né facile né difficile, bisogna trovare i giusti canali per entrare in contatto con loro e trattare temi importanti. Il problema che si pone è il seguente: cosa si ottiene? Cosa sono disposti a fare e cosa sono concretamente in grado di fare? Bisogna arrivare da loro e presentare delle reti, dei piani, che fungano da basi per aiutare, 'dal basso', i 'grandi' ad agire».

Cosa ne pensa del rapporto fra profughi e governo italiano?

«In Italia, oggi, si tocca il fondo: il punto più basso per quanto riguarda la tutela. Prevale più la propaganda del diritto stesso. Si fanno 'campagne contro gli ormeggi', e definiamo 'vacanzieri' o 'clandestini' uomini che rischiano la loro vita per cercarne una migliore. Queste parole spogliano le persone dei loro diritti fondamentali, definiscono uomini di cui non si conoscono i casi particolari, cancellano il loro passato. Già il precedente governo aveva eliminato un grado di giudizio, ma l'attuale toglie un'altra serie di diritti e tutele. Senza il gratuito patrocinio, che era stato istituito con la Convenzione di Ginevra, chi non ha risorse economiche non riesce a difendersi. La legge non è più uguale per tutti, ma è uguale per chi ha soldi con cui pagare l'avvocato. Questa situazione non solo è un passo indietro rispetto alla Carta europea, ma anche rispetto all'Articolo 10 della Costituzione italiana: “Uno straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo”».

Quanto è importante tenere conferenze, come questa sulla situazione in Eritrea, di fronte a un pubblico giovane?

«Una conferenza, a mio modo di vedere, è uno dei tanti modi per formulare letture critiche. Ascoltare racconti con versioni e visioni diverse da quelle abituali serve a fare maturare pensieri indipendenti, anche a discapito delle solite idee di massa. Le voci e le ragioni degli altri portano nuove nozioni e consentono anche di riflettere sulla visione che hanno all'estero della nostra società».

Come ci si sente ad essere un candidato al Nobel per la pace?

«Innanzitutto non mi ha fatto dispiacere, ma non mi sono nemmeno montato la testa. La proposta è partita da un istituto di ricerca norvegese che sa cosa sto ndo. Sono contento soprattutto perché è un modo per mettere sotto gli occhi di tutti questo problema: in tanti muoiono, bisogna denunciare al mondo quanto accade. Bisogna dare voce a chi non ha voce».

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