Faemza, i «vituperi dialettali» antologizzati da Giuliano Bettoli nell'ultimo «Lõn ad Mêrz»

Romagna | 24 Marzo 2019 Cultura
Federico Savini
L’abbiamo scritto e ri-scritto più volte: la produzione storico-saggistico-letteraria del compianto Giuliano Bettoli era seconda alla sua straripante verve scenica e alla sua naturale capacità di incarnare l’iconografia della tradizione romagnola solo perché… come dire, Bettoli era Bettoli! Talmente unico e prezioso che in altri paesi sarebbe stato considerato un tesoro nazionale vivente (esistono: in Giappone ad esempio lo sono i depositari degli stili interpretativi della musica popolare, che non avendo una notazione scritta deve essere tramandata a voce). Ad ogni modo, il punto è che la produzione scritta di Bettoli merita più che un approfondimento, perché anche se avvolta spesso in un’ironia che trapelava nel farsesco, ha celato studi approfonditi sulla lingua e il territorio faentino e borghigiano in particolare. Studi alacri e documentati in modo minuzioso, come il volumetto Se la Tuda l’è una... Mingò l’è un... e viceversa. Manuale per dire dei vituperi in dialetto al prossimo (e alla prossima), stampato neanche mille anni fa (precisamente nel 2004) dalla Tipografia Faentina, e dal quale sono tratti i «I vituperi in dialet» che lunedì 25 marzo saranno al centro dell’ultimo «Lõn ad Mêrz», alle 20.30 al teatro dei Filodrammatici di Faenza. E in serata il libro di Bettoli sarà acquistabile direttamente dalle mani di Stefano Casanova.
Curata da Mario Gurioli, la serata vedrà in scena appunto gli attori della Berton, impegnati a dar vita ai più fantasiosi insulti romagnoli, collezionati da Bettoli nel corso di decenni con un appassionato e certosino lavoro da speleologo del dialetto. «In pratica saranno mini-scenette – spiega Gurioli -, piccoli spunti per lanciare la discussione sulle parolacce che, nella Romagna contadina, uno poteva dire di un’altra persona. Mi ricordo che quando scriveva quel libretto, Giuliano andava in giro chiedendo a tutti: “d’un dona s’as puteval dì? E d’un oman?”. E ne ha raccolte centinaia. Sono ovviamente escluse le espressioni che vengono dall’italiano, tipo imbazèl».
Una ricerca molto divertente ma anche seria, articolatissima, «ad esempio Giuliano ci teneva a distinguere – precisa Mario Gurioli – tra cosa un uomo può dire a un altro uomo o a una donna, che è diverso dalle robacce che ci si poteva dire fra donne o quelle consentite alle donne all’indirizzo degli uomini. Gli insulti poi vengono classificati da Giuliano in quello riferiti al fisico o ad atteggiamenti caratteriali, alla parentela o altro ancora. Come sempre nei Lõn ad Mêrz, nel corso della serata interagiremo con il pubblico, per rispolverare i ricordi e verificare quanto certe espressioni siano ancora usate, ma ci piacerebbe anche arricchire la collezione di vituperi di Giuliano con contributi di chi verrà ai Filodrammatici».
Sfogliando il manualetto bettoliano dei vituperi, ci si imbatte in espressioni che, in effetti, sono tanto dimenticate quanto fantasiose. E poi ci sono le «traduzioni bettoliane», ad esempio un pirucò è «uno che conserva le abitudini di una volta, un pòrch è secondo Bettoli «un’altissima onorificenza romagnola», un pirè bona faza è una «faccia di bronzo», una pigura de murgòi è «un cupo», un pitar è «un bofonchiello impettito che fa il muso», un paciò è uno che ha «le mascelle carnose e gonfie», un panòc è «un campagnolo incantato», un figh dal do gòz è «uno schifiltoso», una fàza culòr dal scurèz è «malaticcio», un giargianés sarebbe «un meridionale», un gingì è «un gagà da due soldi e cascamorto», un gnèca è «uno che non è mai contento», un ghingò non ha cura nel vestire e naturalmente patàca è «il massimo dei titoli nobiliari della Romagna».
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