Fabio Zaffagnini e i Rockin’1000 allo Stade de France e alla Kommerzbank-Arena

Romagna | 29 Giugno 2019 Cultura
Federico Savini
«Che siamo una realtà anomala è così evidente da essere ovvio, ma resta il fatto che una band che arriva a riempire uno stadio a tre anni dalla sua nascita è qualcosa di eccezionale, mai visto prima. Se me l’avessero detto all’inizio, non c’avrei mai creduto». Fabio Zaffagnini è uno che sa quando è ora di perdere la testa ma anche quando bisogna riattaccarla. Il fusignanese a capo dell’operazione Rockin’1000 gestisce questo delicato equilibrio ormai da un lustro, e se dice che il sold out allo Stade de France di Parigi di sabato 29 giugno è un risultato straordinario, anche nel quadro di un’esperienza straordinaria come quella partita da Cesena nel 2015, beh, c’è da crederci. Tanto più che la «più grande band al mondo» farà poi una seconda sortita europea, alla Kommerzbank-Arena di Francoforte il 7 luglio, sempre con uno stadio a disposizione.
Risultati clamorosi per un progetto che di usuale non ebbe nulla fin da quel raduno di mille musicisti che nel 2015 suonarono insieme una canzone dei Foo Fighters e poi ci fecero un video, che ebbe un tale successo da portare davvero Dave Grohl e i suoi a suonare in Romagna. I 1000 si riunirono poi per esibirsi in un vero concerto, sempre a Cesena, nel 2016, ampliando strumentario e repertorio, e con tanti ospiti. Tappa successiva fu il Summer Camp del 2017 nella Val Veny e il concerto fiorentino del 2018 con la frontwoman Courtney Love, una rock-star in piena regola a guidare i 1000. E adesso tocca agli stadi di Parigi e Francoforte. «Anche lì porteremo i nostri cavalli di battaglia – spiega Zaffagnini -, da Learn to fly fino a canzoni di Nirvana e White Stripes, ma ci saranno anche nuove canzoni, tra cui omaggi al rock francese e a quello tedesco».
Sarete sempre 1000 fra voci, bassi, chitarre e batterie?
«In Francia sì, ma in Germania avremo anche tastiere, fiati e archi. Da quelle parti c’è tradizione per questi strumenti e in questo modo abbiamo potuto aprire la nostra grande band a tanti musicisti. Il repertorio è sempre rock, ma abbiamo scelto brani adatti, come la Bitter Sweet Symphony dei Verve e Don’t look back in anger degli Oasis».
La formazione sarà però più internazionale del solito, giusto?
«Già a Firenze c’erano partecipanti da 30 Paesi, quindi internazionali lo eravamo già, però chiaramente chi suona nei 1000 si accolla delle spese e quindi la maggioranza è sempre di musicisti locali, in questo caso francesi e tedeschi. Sono molto contento di aver allargato la community a tanti ragazzi di vari Paesi e di essere riuscito a lavorare bene con loro. Tra una cosa e l’altra, dall’inizio di questa esperienza, abbiamo avuto rapporti con circa 17mila persone».
Si apre una fase nuova?
«Gli step sono sempre graduali ma di certo questi due concerti sono importantissimi. Il sogno dei Rockin’1000 è proprio quello di suonare in tutti i Paesi, reclutando di volta in volta musicisti locali. La nostra organizzazione vuole principalmente essere una mezzo di condivisione, amicizia e conoscenza».
Com’è cambiato il lavoro dietro a Rockin1000 negli anni?
«Questa volta parliamo di due eventi di fatto prodotti dagli stadi che ci ospitano. E’ una novità sostanziale, perché se da una parte non abbiamo più il rischio d’impresa, dall’altra non è del tutto nostro il controllo artistico dell’evento. E’ uno step fondamentale per il futuro e il sold out previsto a Parigi posso dire con certezza che è merito di questa collaborazione; coi nostri soli mezzi non ce l’avremmo fatta. Lavorare con professionisti stranieri, che hanno chiaramente logiche e approcci diversi dal nostro, è un arricchimento».
Si parla anche di un documentario sul vostro progetto...
«Sì, fin dall’inizio abbiamo raccolto materiale video, perché era chiaro che stavamo lavorando a qualcosa di forte e molto nuovo. Ora abbiamo un produttore e non ci vorrà molto per realizzare il film».
Ma quanto c’è di romagnolo nei Rockin1000? Lo stare insieme, l’euforia, la «pataccata», sembrano elementi determinanti per il progetto. E’ così?
«Io sono convinto che siano tutte cose fondamentali e sì, molto romagnole. L’idea della “pataccata colossale” è stata per davvero una leva del progetto. Il fatto di partire da un’idea non troppo chiara ma con una grande urgenza di realizzarla è proprio quello che intende Paolo Cevoli quando parla di “ignorantezza romagnola”, cioè fare delle cose enormi senza pensarci troppo, prima di tutto per stupire noi stessi! Poi la differenza, in realtà, l’hanno fatta proprio il metodo e la serietà assoluta che abbiamo messo nel lavoro, dopo l’idea di partenza che era venuta di getto, come una follia che avevamo “bisogno” di concretizzare. L’equilibrio dei Rockin’1000 sta nel mantenere la meticolosità necessaria a un progetto così ambizioso senza perdere un’oncia di quella pazzia che l’ha fatto nascere. Aver trovato una quadra per la sostenibilità del progetto è ciò che l’ha fatto andare avanti, ma il dna romagnolo dell’operazione è sempre preponderante».
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