«Tutto il teatro» di Nevio Spadoni in un monumentale volume del Ponte Vecchio

Emilia Romagna | 12 Maggio 2019 Cultura
«Ch’a m’so ardota a crédar d’nö ësi gnânca tota, un verso che sta tra i primi di Luş, in realtà viene da una poesia di qualche tempo prima. Tutto il resto è cosparso di frammenti poetici e quindi il dialogo tra queste due forme d’arte è costante, una dialettica che non si risolve del tutto, stanti le evidenti differenze tra i due linguaggi. Ma, sarà anche perchè Luş è il mio primo lavoro teatrale, fra i due mondi letterari la cesura non è totale». E chissà, magari è solo perchè un libro di oltre mille pagine non sarebbe agevole che l’editore Il Ponte Vecchio ha antologizzato Tutto il teatro di Nevio Spadoni circa un anno dopo aver fatto lo stesso con le antologie di tutte le sue poesie. Dagli anni ‘90 di Luş fino ai testi inediti di L’ôv d’stroz e La Zöpa Caratena, il volume raccoglie un autentico patrimonio culturale, che traccia una via contemporanea per il dialetto «da palcoscenico».Il volume è arricchito inoltre da numerosi contributi critici e dalle testimonianze autografe di attori e attrici che hanno recitato i testi di Spadoni: Francesca Airaudo, Elena Bucci, Francesco Gabellini, Roberto Magnani, Ermanna Montanari, Daniela Piccari e Marco Sgrosso.
«Quattordici lavori teatrali messi in fila fanno quasi impressione - dice Nevio Spadoni -, ma è una parte del mio lavoro non meno importante della poesia».
Come ti è venuto in mente di scrivere per il teatro?
«Il primo testo teatrale fu Luş, affidato a Marco Martinelli ed Ermanna Montanari delle Albe, che avevano già usato in scena alcune mie poesie. Lo spunto è venuto da una vicenda raccontata da Eraldo Baldini in Memorie e tradizioni di Romagna, la storia della guaritrice Bêlda, vittima dei pregiudizi della società contadina di allora. Mi colpì molto e una sera, in osteria, mi ricavai un angolo e in pratica buttai giù di getto la prima stesura. Era teatro, anche se conteneva frammenti di poesie già scritte, ma era a tutti gli effetti un testo per il palcoscenico. Fu spontaneo pensare a quella storia in quella forma letteraria. Un passaggio naturale come lo fu quello dalla poesia breve epigrammatica al poemetto».
I riscontri non tardarono...
«No, infatti. Lo spettacolo fu apprezzato, poi alla mia produzione scenica si interessò il Ravenna Festival e da lì nacquero rapporti con altri attori, vedi Elena Bucci per Galla Placidia, Francesca da Polenta e Teresa e Byron. La forma cambia a seconda del testo: in alcuni ci sono voci che dialogano tra loro ,ma anche monologhi nei quali l’io narrante evolve in una pluralità di voci. Ad esempio il recente E’ bal è scritto tutto in quinari: è un Ballo di San Vito, molto musicale, apprezato da un attore come Sandro Lombardi e rappresentato da Roberto Magnani e Simone Marzocchi, insieme ai quali l’ho presentato anche al prestigioso Festival della Letteratura di Mantova».
Ti è capitato di pensare a un’opera partendo da chi avresti visto a interpretarla?
«Sì, non è per forza la regola ma è successo, proprio con Magnani per E’ bal. Poi c’è La Tròmba, che mi piacerebbe venisse portato in scena da Gianni Parmiani in un vero spettacolo, al di là delle letture musicate che abbiamo fatto fin qui. Ma anche pensando a Luş, che pure era ispirato a un episodio reale, pensare a Ermanna Montanari fu naturale, subitaneo. Immaginavo la sua voce mentre vo “parlare” la mia protagonista. Il modo che ha Ermanna di variare sui registri era perfetto per Luş».
Quanto pensi sia stata importante la dimensione pubblica del teatro per divulgare l’esistenza di una poesia dialettale «alta»?
«Credo lo sia stato molto, e lo dicono anche altri, ad esempio Manuel Cohen, che mi portò a Roma insieme ad altri 11 rappresentanti di poesie vernacolari italiane e disse che la mia poesia aveva sustanziato il teatro, camminava parallelamente al lavoro teatrale. Quando al Rasi si tenne la prima di Luş, io ero nel pubblico seduto in mezzo a Raffaello Baldini e Ivano Marescotti, che, con Zitti tutti, avevano dato avvio a questo percorso. Alla fine Lello mi disse che lui ed io stavamo rinnovando il teatro romagnolo. Non mi aspettavo un riconoscimento di questo livello, ma in effetti i nostri lavori di allora rappresentano un giro di boa nettissimo rispetto alla commedia tradizionale romagnola».
Che rapporto hai con quel teatro tradizionale?
«E’ meritevole, di rispetto e ci sono autori validi come Marescalchi, però è chiaro che non parla un linguaggio contemporaneo ed è troppo schiavo degli stereotipi, che peraltro abbondano anche in tanta poesia dialettale nostrana».
Concepisci le opere in italiano? E come scegli la resa finale?
«La lingua finale è la stessa del concepimento iniziale e quindi le ho usate entrambe. Luş o La Tròmba sono nati in dialetto, mentre lavori come Anàstasis e Giuditta di Betulla “esistono” in italiano. Dovendo portare in scena personaggi biblici con argomenti molto “alti” mi è venuto spontaneo l’italiano. Anche questa, però, non è una regola rigida. Ad esempio Fiat lux è assolutamente biblico ma l’ho immaginato con la mente rivolta alla Romagna contadina, arrivando a pensare a Dio come un rude romagnolo, buono e giusto, ma con la scorza dura. Poi anche in quel testo il tono può alzarsi, in momento particolarmente drammatici. Di converso L’ôv d’stroz parte su toni quasi da commedia tradizionale e muta completamente in una seconda parte più lirica».
Quanto può variare la difficoltà di scrittura, da testo a testo?
«Tantissimo, i progetti sono molto diversi tra loro. Luş è nato in una sera, anche se poi è stato rifinito lungamente con Ermanna e Marco, mentre Fiat lux ha richiesto mesi di attenta rilettura della Genesi della Bibbia, l’ho proprio dovuta ruminare. La Zöpa Caratena è incentrato su un personaggio stecchettiano e anche qui è stato necessario approfondire, come pure su Francesca da Rimini. Sulla Bêlda da cui è nato Luş c’erano pochi fatti accertati, e raccolti da Eraldo Baldini, così ho potuto lavorare molto di fantasia e probabilmente per quella ragione il testo è sorto velocemente».
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