Da tragedia a opportunità, i primi 50 anni del Paguro

Ravenna | 26 Settembre 2015 Economia
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1963, l’Italia è in pieno boom economico e Agip ha messo a punto un piano di trivellazioni nell’alto Adriatico dalle quali nascerà l’attuale distretto dell’offshore ravennate. A Porto Corsini viene varata la piattaforma Paguro che deve perforare il pozzo Plc7 che deve raggiungere un giacimento a 2.900 metri di profondità a partire. Settembre 1965, le trivelle iniziano a perforare al largo di Marina di Ravenna il giacimento. Purtroppo viene intaccata una seconda sacca, sconosciuta, a pressione molto più elevata. Subito esce un’eruzione di gas incontrollata. Un tubo cade dalla piattaforma creando la scintilla che accende rogo e tragedia il 29 settembre 1965: Pietro Peri, Arturo Biagini e Bernardo Gervasoni, tre tecnici dell’Agip, perdono la vita. Una colonna di acqua, pulviscolo, gas e fiamme raggiunse i 30 metri di altezza e bruciò per quasi tre mesi, fino a quando l’Agip, con un pozzo deviato, riuscì a cementare il Pc7 con una colata di bentonite. L’esplosione creò un cratere centrale profondo 33 metri.
Sabato 26 verrà celebrato il 50º anniversario dell’affondamento del Paguro. Le imbarcazioni che partiranno da Marina di Ravenna (molo pescatori) prenderanno la via del mare intorno alle 10 per essere in sito alle ore 11. Altre barche e gommoni partiranno da Cesenatico e Rimini. Ormeggiati alla boa del relitto si terrà una funzione religiosa officiata da Mons. Alberto Graziani e con la collocazione di una corona sul relitto da parte dei sub, alla presenza del sindaco Fabrizio Matteucci, autorità, familiari delle vittime e due sopravvissuti all’evento. Ci saranno anche Nicola Salmaso, responsabile del distretto centro settentrionale di Eni e alcuni ex dirigenti della Saipem che costruì la piattaforma.
«Fu un evento clamoroso per Ravenna, per via della tragedia dove persero la vita tre persone e per la visibilità dell’evento - ricorda Giovanni Fucci, presidente dell’associazione Paguro che oggi gestisce e valorizza il sito -. Pur essendo a 20 km dalla terra ferma, la fiamma era visibile dalla costa di Marina. In spiaggia ci trovavamo in molti a vedere quella luce surreale in mezzo al mare».
Oggi il Paguro è una reef (scogliera) artificiale unica nel nostro mare. «Rispetto al resto del mare Adriatico, dove c’è solo sabbia, si è creato un ambiente ricco di vegetazione, pesci, molluschi e altre forme di vita veramente unico - continua Fucci -. Oggi è visitato da oltre 3.000 persone all’anno provenienti perlopiù da Trentino, Lombardia, Veneto, ma anche Germania e Olanda. E’ un qualcosa di meraviglioso: i sub sono avvolti dal pesce ed è un’attrazione turistica che ha ancora margini di crescita. Dal riminese, dove lo promuovono meglio che da noi, arrivano ogni anno 800-900 turisti e nessuno si aspetta di vedere questo spettacolo».
La piattaforma inabissata ha anche valore didattico. «Sono vari i progetti universitari con ricerche, alcune delle quali attualmente in corso, e tesi su questo sito - spiega il presidente dell’associazione -. E’ un vero e proprio laboratorio di biologia e un esempio di rigenerazione positiva».
Insomma «è un segnale ambientale che si possono fare altri reef in fondo al mare nei giacimenti di metano esausti - conclude Fucci -. Molti hanno 50 anni o si avvicinano a quell’età e sono già ricchi di forme di vita. Si potrebbero portare le piattaforme a terra, valorizzando la parte inferiore. E’ un modo intelligente di fare turismo. Questo ragionamento lo stiamo proponendo con poco successo da anni per via della rigidità di ambientalisti e ministeri nel realizzare questi progetti che in altri stati europei si fanno da anni. C’è grande confusione: si pensa ad un sito inquinato dal petrolio che invece non c’è mai stato. Creare dei nuovi reef artificiali può essere una grande risorsa per il turismo, creando una nuova offerta di attività subacquee, ma anche per la pesca sportiva, come avviene ad esempio in Spagna».

Christian Fossi
economia@settesere.it

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