Giovanni Allevi domenica 19 torna al pala De Andrè

Federico Savini
«Considerare il maestro Muti un fan è forse indelicato, ma sicuramente quando penso a Ravenna ho in mente il volto dell’Imperatrice Teodora e lui, l’Imperatore del Melodramma Italiano nel mondo». Lo si accennava su queste pagine giusto la settimana scorsa, Giovanni Allevi è particolarmente legato a Ravenna, specie da quanto Riccardo Muti venne ad ascoltarlo al teatro Socjale di Piangipane. Da allora il pianista perugino, peculiarissimo e discusso caso unico di musicista di estrazione classica che piace da impazzire a migliaia di giovani, è tornato nella città bizantina diverse volte, sempre al Pala De Andrè, dove suonerà anche domenica 19 aprile alle 21.30. Il concerto sarà incentrato su «Love», ultimo album del pianista che ha avuto una gestazione discografica più lunga del solito, ed è un ritorno alla formula del solo pianistico, senza orchestra, insomma.
«La gestazione di “Love” è stata molto lunga, è vero – dice Allevi -. Ho dovuto vivere intensamente tutti gli aspetti dell’amore, dalla disperazione alla gioia sfrenata, dalla tenerezza romantica all’affetto per i familiari. Poi le note hanno iniziato a cadere nella mia testa, due anni fa in una stanza d’albergo a Kanazawa, in Giappone, mentre avevo la febbre a 39. A Vienna ho scelto il pianoforte più adatto per registrarlo e a Londra abbiamo concluso il lavoro. C’è una vita dietro quell’ora di musica».
Suonare «Love» dal vivo presenta particolari difficoltà? Lascia qualche spazio all’estro improvvisativo?
«Non ho mai provato interesse per l’improvvisazione dal vivo. Lascio che l’estro si manifesti nella composizione sullo spartito. “Love”, in particolare, è molto impegnativo da suonare, tecnicamente e soprattutto nel tocco. Durante l’esecuzione del brano Asian Eyes, raggiungo addirittura uno stato di trance, forse per via della sua scrittura ipnotica».
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