Don Desio consegna al suo legale una lettera di scuse «Mi vergogno dei miei peccati»

«Ha scritto e riscritto diverse volte le sue memorie in questi mesi di detenzione a Città di Castello, mesi in cui ha anche pensato al suicidio». Con queste parole l'avvocato difensore di Don Giovanni Desio, Battista Cavassi, ha commentato la lettera aperta che il religioso ha voluto che venisse resa pubblica per chiedere scusa, spiegare la sua posizione. Ne pubblichiamo alcuni passaggi. «Se Dio non mi avesse salvato quando finii nel canale di Casal Borsetti, sarei andato all'inferno; invece, così, sono stato arrestato e Dio ha voluto fermare ciò che stavo facendo.....in carcere ho capito quanto fosse stata grande la mia ingratitudine verso Dio e verso il mio prossimo. Ai lettori vorrei far conoscere il mio stato d'animo, per quello che a loro può interessare: ho scritto e riscritto questa lettera ed ogni volta ho fatto dolorosa memoria di quei peccati. Per un certo tempo della mia vita ho voltato le spalle a Dio commettendo quei fatti che sono nei capi d'imputazione del cui ricordo ho profonda vergogna...è vero che all'avvolgente tristezza dei miei 10 anni di orfanotrofio, la Provvidenza aveva rimediato mettendomi in una famiglia che per me ha fatto tutto ciò che ha potuto ed è grazie a loro se non sono un relitto umano, è vero che non ho mai fatto uso né di violenza né di minacce, ma avrei dovuto additare ai ragazzi le vie della virtù ed invece li ho portati con me nel peccato, li ho amati nel modo più sbagliato che potesse capitare, spero davvero possano ritrovare la strada del bene. Chiedo scusa alle loro famiglie che consentivano loro la frequentazione della parrocchia, convinti del riparo dai pericoli; chiedo scusa alla Comunità per aver praticato e diffuso male, facendo vacillare la fede di molti, spero che nessuno l'abbia persa a causa mia. Chiedo scusa alla Chiesa, al mio Arcivescovo e ai miei confratelli nel sacerdozio......quanto al pentimento so bene che è una condizione umanamente non accettabile, né in positivo né in negativo. Non si deve avere l'ingenerosità di negarlo al prossimo- come si è fatto con me- né la superbia di affermarlo per se stessi perché il pentimento dev'essere una condizione permanente, un cammino senza fine che passa attraverso il rimorso, la contrizione e la volontà di riparare. So che per i fatti che mi sono stati attribuiti il sentimento popolare è molto severo: oggi sono nelle mani della giustizia umana, anch'essa fa parte dei meritati castighi di Dio. Spero che il mio futuro non sia una dantesca, dolente città di Dite alle cui porte lasciare ogni speranza»