E' uscito l'ultimo lavoro di Eugenio Baroncelli: «Gli incantevoli scarti. Cento romanzi in cento parole»

Ravenna | 26 Novembre 2014 Cultura


Federica Ferruzzi
Dopo i «55 libri che non ha scritto», Eugenio Baroncelli riprende in mano la penna per raccontare il fascino degli scarti. «Gli incantevoli scarti. Cento romanzi in cento parole» è infatti il titolo dell'ultimo lavoro pubblicato sempre da Sellerio. Migliaia di pagine lette nel corso di una vita e condensate in cento parole esatte, pillole di memoria sospese sulla vita.
Baroncelli, cosa c'è di incantevole negli scarti?
«Ritengo che, oltre quelle cento parole, ovvero contando anche quelle che contribuiscono a comporre un romanzo vero, ci sia il meglio. Del resto è sempre più bello ciò che non si dice, è sempre più affascinante quello che rimane in sospeso. Un pensiero scritto diventa meno incantevole e meno incantato. Non si possono violare le regole che ci si è dati e si immagina che sia incantevole ciò che viene dopo. Ciò che non si scrive è sempre meglio di quello che si scrive».
Dall'epilogo non pare molto soddisfatto del risultato...
«Non è questione di insoddisfazione, ma di sorpresa. Ho riempito un foglio A4 con 100 parole e poi l'ho appeso alle pareti. Guardandolo, mi sono accorto che quella quantità di lettere occupa solo una decina di righe e che i tre quarti del foglio rimangono bianchi. Si apre uno spazio che la nostra cultura occidentale non comprende o reputa inutile, ma un lettore orientale non la penserebbe così».
Cosa penserebbe?
«Prendiamo Ozu, regista di film definiti 'di famiglia': sullo schermo propone storie di madri, padri, mariti, mogli e figli, immortalati da una macchina da presa posizionata all'altezza del tatami. La macchina è ferma e riprende la situazione. Quando, però, il dialogo finisce, la registrazione non si interrompe. Allo spettatore arrivano quindi tutti quei tempi definiti 'morti', ma questo vale anche per la pittura, come dimostrano i quadri di Hokusai, che ha dipinto il Fujiyama mille volte in maniera diversa, ma ogni volta la parte inferiore della tela rimane vuota. Questo avviene perchè la loro cultura sostiene che la vita è fatta cosi, ed è composta da vuoti e da tempi morti. Lo spettatore occidentale si aspetta che accada qualcosa. Come nei polizieschi americani, o nei romanzi gialli che usiamo leggere. Diversamente accusiamo il sintomo della noia, associamo ritmo alla velocità di informazione, ma chi lo dice che non ci sia un ritmo frenetico nel cuore di quel marito o quella moglie?».
Chi compare tra gli autori dei cento romanzi indicati dal titolo?
«Non saprei, sono storie con una sorta di trama. La difficoltà maggiore è stata quella di congegnare una storia che avesse l'autorità per essere chiamata tale, ma anche mantenere uno stile non è stato semplice. In un solo aggettivo si deve racchiudere una descrizione che, diversamente, avrebbe occupato una pagina».
Nonostante la sua passione per la brevità, riuscirà prima o poi a scrivere un romanzo intero, qualcosa che vada oltre le cento parole?
«Ho sempre detto che non avrei mai scritto un romanzo. L'ho promesso, anche se, si sa, le promesse sono fatte per essere infrante...»
Quindi potremmo aspettarcene uno?
«In realtà ci sto già lavorando, anche se non sarà un romanzo canonico. Siccome, poi, ho sempre dichiarato che odio la moda dei romanzi gialli, sarà proprio un giallo. Ma sarà breve. Nei gialli c'è sempre un morto, qui ce ne saranno addirittura tre, e all'inizio ci saranno parti che apparentemente non c'entrano con la storia, in cui prenderò le distanze da quello che sto scrivendo usando la terza persona, in modo da distinguere tra me e il narratore. Della serie 'io non lo sto scrivendo, lo sta scrivendo un tale'....».
A che punto è?
«E' finito, devo solo scriverlo».
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