Ermanna Montanari racconta il nuovo spettacolo del Teatro delle Albe, da martedì 18 al Rasi

Ravenna | 18 Novembre 2014 Cultura
ermanna-montanari-racconta-il-nuovo-spettacolo-del-teatro-delle-albe-da-marteda-18-al-rasi
Elena Nencini
Dopo Pantani al Teatro Rasi arriva il nuovo spettacolo del Teatro delle Albe diretto da Marco Martinelli e interpretato da Ermanna Montanari, sul palco insieme a Roberto Magnani, Alice Protto, Massimiliano Rassu. Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (dal 18 novembre al 14 dicembre, riposo lunedì e giovedì, ore 21) racconta la storia della rivoluzionaria birmana, una vita passata per oltre 20 anni agli arresti domiciliari, sotto la dittatura militare che opprime la Birmania da più di mezzo secolo. La scrittura di Martinelli parte dalla figura di questa donna mite e determinata per allargarsi a una riflessione sul mondo contemporaneo, alla necessità di cantare con gioia "la maestà della vita", anche quando tutto attorno le nuvole nere incombono.
Ermanna Montanari – impegnata in questo momento anche nella lettura di Cento anni di solitudine per Radio Rai 3 -  racconta come ha affrontato la figura di questa donna, dopo aver già interpretato donne come Rosvita, Tonina Pantani, la maga Alcina.
Come è interpretare la figura di questa donna che ha accettato di vivere reclusa in casa per 20 anni?
«La storia di Aung San Suu Kyi è molto impegnativa per come l'abbiamo pensata e abbiamo bisogno di questa verifica con il pubblico. È un'idea nata su un aereo per New York: mentre con Marco (Martinelli ndr) sfogliavamo una rivista è apparsa questa immagine e da li sono arrivati i vari segni. Avevamo in mente di lavorare su altro, ma questa cosa è diventata di una tale prepotenza che ci ha squarciati e abbiamo deciso quest'estate di andare in Birmania per respirare l'aria che lei respira. Siamo andati a vedere questa comunità di rivoluzionari spirituali, un viaggio avventuroso dove abbiamo sostato in quella luce, in quella terribilità di nazione. La povertà e il disagio sono evidenti, ma ha una grande ricchezza di paesaggio, di luce, una luce incredibile, sorprendente. Siamo stati nel periodo dei monsoni, quando il cielo si rovescia in terra e pensi di non poter resistere. Ma quando il sole si manifesta è incandescente e fa brillare tutto questo oro, nei Budda, nelle stufe, nelle pagode. È un'oriente imperturbabile che ci ha molto sorpresi e attraversati».
Come ve lo siete immaginata?
«E' una vita agli arresti, ce la siamo immaginati nei suoi sogni, nelle meditazioni, negli incontri, nei libri che leggeva, nei suoi monologhi interiori. E' un lavoro corale, gli altri tre attori assumono varie figure come quelle dei generali, anche se non sembrano veri perchè sono assurdi, nonostante ci siamo attenuti ai documenti e le parole siano quelle vere.  Poi sul palco ci sarà l'inviata dell'Onu, la donna che è stata con lei in casa, i militari, i servi di scena e il fantasma di Bertolt Brecht».
Cosa l'ha colpita di questa donna?
«E' una donna buona. Il termine buono è inteso nel senso profondo del termine, non come lo intendiamo noi, un buonismo indotto. Significa provare vergogna per quello che gli uomini possono fare agli altri uomini; la paura è ciò che corrompe. Lei, invece, insegna a 'tenere' il proprio cuore e a non fare della violenza. Passare 20 anni agli arresti domiciliari significa essere fuori dal mondo e allo stesso tempo essere fiore e platino, diamante, scandalo della bontà. È nel quotidiano continuamente una figura del bene, una rivoluzionaria del bene. Credo che bisogna mutare se stessi altrimenti non saremmo servi e non usciremmo mai da questa situazione. Lei è in Birmania, ma è anche qui. Come possiamo resistere e combattere? Dobbiamo chiederci “come possiamo oggi essere rivoluzionari”?
Cosa c'entra il fantasma di Brecht?
«C'entra tantissimo, non si può prescindere dai grandi del teatro.  Brecht aveva una relazione con l'oriente molto forte, qualche anno fa volevamo mettere in scena il testo di Brecht L'anima buona del Sezuan, oggi si contrappone alla bontà di Aung Sun su Kyi. È un termine che avrebbe fatto storcere il naso a Bertolt che pensava prima al cibo e poi alla morale».
Info 0544/36239.
CONDIVIDI Condividi
Compila questo modulo per scrivere un commento
Nome:
Commento:
Settesere Community
Abbonati
on-line

al settimanale Setteserequi!

SCOPRI COME
Scarica la nostra App!
Scarica la nostra APP
Vai a https://www.legacoopromagna.it
Follow Us
Facebook
Twitter
Youtube
Vai a https://www.ravennarimini.confcooperative.it/
Vai a https://www.teleromagna.it
Logo Settesere
Facebook  Twitter   Youtube
Redazione di Faenza

Corso Mazzini, 52
Tel. +39 0546/20535
E-mail: direttore@settesere.it
Privacy Policy
Redazione di Ravenna

via Cavour, 133
Tel 0544 1880790
E-mail direttore@settesere.it
Pubblicità

Per la pubblicità su SettesereQui e Settesere.it potete rivolgervi a: Media Romagna
Ravenna - tel. 0544/1880790
Faenza - tel. 0546/20535
E-mail: pubblicita@settesere.it

Credits TITANKA! Spa © 2017
Setteserequi è una testata registrata presso il Tribunale di Ravenna al n.457 del 03/10/1964 - Numero iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione:
23201- Direttore responsabile Manuel Poletti - Editore “Media Romagna” cooperativa di giornalisti con sede a Ravenna, via Cavour 133.
La testata fruisce dei contributi diretti editoria L. 198/2016 e d.lgs. 70/2017 (ex L. 250/90).
Contributi incassati


Licenza contenuti Tutti i contenuti del sito sono disponibili in licenza Creative Commons Attribuzione