Venerdì 14 Simone Cristicchi al Masini con un musical civile

Faenza | 14 Novembre 2014 Cultura
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Elena Nencini
Uno spazio pieno di sedie accatastate, fotografie, materassi, letti, stoviglie, fotografie, poveri giocattoli è il Magazzino 18 a Trieste che racconta una pagina dolorosa della storia italiana: l'esodo di 350mila persone dall'Istria e dalla Dalmazia - diventate nel 1947 territorio jugoslavo – verso il Bel paese.  E' proprio questa storia che racconta il cantante e attore romano Simone Cristicchi in Magazzino 18 (venerdì 14 novembre al Teatro Masini, ore 21).
Coadiuvato nella scrittura da Jan Bernas e diretto dalla mano esperta di Antonio Calenda, Cristicchi racconta le pieghe oscure di questa storia, il dolore di chi parte e di chi resta in una sorta di teatro civile musicale.
Come ha scoperto la storia di Magazzino 18?
«Stavo ndo una ricerca sulla memoria la Seconda Guerra mondiale e giravo l'Italia intervistando gli ultimi reduci ancora viventi. Mi sono così ritrovato a Trieste, dove mi hanno parlato di questo Magazzino 18 dove si trovano accatastate le masserizie degli esuli istriani e dalmati. Ho scoperto questo luogo della memoria non riconosciuto a livello nazionale»
Cosa ha provato la prima volta che ci è entrato?
«Entrando ho avuto la sensazione di un grande silenzio, ma anche di un silenzio poco raccontato. Il magazzino, infatti, si trova al porto vecchio, in una zona poco frequentata, per accedervi è necessario avere dei permessi. Entri c'è un forte odore di legno marcio, di carta invecchiata e poi ti trovi davanti a un muro di ritratti in bianco e nero, senza nome. Erano le cose più care che gli esuli si portavano dietro. Sono state proprio le facce a farmi pensare di ridare voce a questi volti. Il Magazzino 18 è un luogo dove riposano le intimità degli oggetti, di coloro che lasciarono tutto per fuggire da una realtà complicata. Ci sono oggetti segno di un passaggio di un popolo in fuga. Si sente , ancora il segno di un dolore che oggi ancora oggi dura. Mi è sembrato di rivedere Ellis Island, l’isola dove gli emigrati italiani venivano tenuti in una specie di quarantena prima di poter sbarcare negli Stati Uniti».
 
Credo che ci sia sparuto numero che si rifanno a ideologia mporta e sepolta, non sono fascista, mi sono schierato a sinistra, ho dato fastidio plebiscito popolare a ditaturta comunista. Quando si metet in luce chiaroscuri zone d'ombre. Spettacolo di maggior sucecsso della mia carriera, 70 repliche, tutto esaurito. Al di là della storia che racconto è piaciuto al pubbliuc.
In questo spettacolo ho dovuto semplificare alcuni passaggi, ma non è conferenza storica. È stato visto come mistificazone della realtà. Ho fatto leggere il copione a decine di esuli che mi hanno detto che era tutto vero. Da questo pv mi sono sentito tranquillo. È storia che è statat strumentalizzata dalal destra che ne ha fatto una bandiear. Se c'è atto di accuisa è contro Italia che ha voluto dimenticare gli ogegtti del magazzino e 
Ha raggiunto il successo con «Vorrei cantare come Biagio», ma in realtà cosa si nasconde sotto?
«Credo che a molti artisti sia capitato di esordire con un brano divertente e rimanere incastrati, etichettati in un personaggio, ma io ho cercato di rimanere coerente nella mia schizofrenia. Ho fatto canzoni demenziali, più pop, romantiche, invece con il teatro ho cercato di avere una linea coerente, si rifanno alla memoria, il primo alla Russia dove ha partecipato mio nonno, cose più singolari, poi coro di minatori >Santa Fiora. Una maggiore messa a fuoco di qualche anno. Chi ha seguito l amia carriera, mi sono sempre schierato dalal parte degli ultimi, con ti regalerà una rosa ho messo un po' a posto le carte.
Lo spettacolo è una sorta di teatro canzone alla Gaber?
«Non esattamente. Ho fatto i primi spettacoli ispirati a Gaber, era il mio nume tutelare, ma questo è una forma nuova di sperimentazione . E' teatro civile arricchito dall'elemento civile. Nello spettacolo c'è l'orchestra, un coro per una sorta di musical civile. E' normale che ognuno trovi un proprio registro».
Sempre nel 2005 dichiarava che il suo mito era Jim Morrison. E oggi ?
«Non so se le giovani generazioni di oggi lo conoscano abbastanza, ma una sua biografia letta in età adolescenziale è stata per me un punto di svolta. Trovai degli spunti molto forti, come andare in profondità dentro se stessi. Oggi mi piacerebbe che anche la sua figura venisse studiata per la sua filosofia di vita, non perchè era un drogato, morto suicida. Bisognerebbe coglierne invece i lati positivi».

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