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Intervista a Luigi Ceccarelli, creatore delle musiche di Faust, l'opera italo-cinese all'Alighieri

Ravenna | 16 Novembre 2016 Cultura
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Sarà un Faust decisamente insolito quello che occuperà il palco del Teatro Alighieri da giovedì 17 a domenica 20 novembre (ore 21, domenica ore 15.30), un connubio tra oriente e occidente, portato in scena dalla China National Peking Opera Company, per la regia di Anna Peschke. Il repertorio musicale è composto da Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Chen Xiaoman, con un ensemble musicale formato da musicisti italiani e cinesi. Lo spettacolo andrà in scena in lingua cinese con sottotitoli in italiano.
L’opera viene messa in scena come un Jīngjù, l’arte performativa che unisce canto e recitazione, ma comprende anche danza, arti acrobatiche e marziali. Il personaggio di Faust simboleggia l’archetipo dell’uomo contemporaneo che, in nome del proprio piacere e per avidità, sottomette e sfrutta la natura e le persone, noncurante della miseria e della distruzione che genera.
Luigi Ceccarelli, che collabora da diversi anni con Ravenna Teatro e Ravenna Festival, ha realizzato le musiche per questo spettacolo e ci racconta i suoi viaggi a Pechino.
Come è stato lavorare con Chen Xiaoman, che viene da una cultura musicale molto diversa?
«Quando ti incontri con una cultura diversa, l’inizio è abbastanza difficile, ci sono tante cose che non capisci e di cui non ti rendi conto. Abbiamo scelto un metodo di lavoro che ci ha permesso di lavorare insieme senza stravolgere il modo di lavorare di entrambi. Le melodie cinesi sono rimaste le stesse, il lavoro delle due musiche è complementare: Xiaoman si è occupato di arrangiare le melodie cinesi che erano preesistenti, facevano parte della tradizione. Il lavoro mio e di Cipriani è stato quello soprattutto di riempire le parti che non avevano musica, in Cina sono solo alcune le parti cantate. Avevano una decina di melodie di 3-4 minuti e il nostro problema è stato riempire tutto il resto. Abbiamo sovrapposto delle elaborazioni elettroniche degli strumenti cinesi e abbiamo affiancato i nostri strumentisti italiani ai loro».
Avete lavorato insieme?
«Siamo stati tre volte a Pechino per una quindicina di giorni, ma non abbiamo lavorato insieme. Abbiamo però lavorato in stretta collaborazione, con un grande approfondimento prima di metterci al lavoro sulle musiche».
Come è stato accolto in Cina lo spettacolo?
«Molto bene. Si tratta di un evento epocale: è la prima volta che l’Opera di Pechino accetta di fare una cosa del genere. Per loro è stato un  cambiamento molto importante. La prima si è tenuta a porte chiuse di fronte ai saggi del teatro, una cosa molto politica, perché a Pechino il controllo è ancora molto forte. Gli attori cinesi erano preoccupatissimi, dopo la prima rappresentazione si sono liberati di un peso. Se fosse andata male sarebbero stati problemi di lavoro.  Gli attori vengono considerati rappresentanti della Cina e ogni anno fanno un test per vedere se ancora sono i più bravi. Sono sempre sotto esame».
Che tipo di musiche avete scelto?
«La musica occidentale è armonia, quella cinese è fatta di melodia. Noi abbiamo una struttura drammaturgicamente più forte, la loro è più mediata dalla formalità. Nell’opera cinese, alla fine, mettono sempre la spiegazione morale. Una vera e propria interruzione del racconto che spezza tutto. Noi abbiamo chiesto di non farla perchè rompe tutta l’emozione. Nell’edizione cinese l’hanno rimesso, ma per noi è impensabile». (e.nen)

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