Dal carcere parla Daniela Poggiali: "Non sono stata un'infermiera killer, la verità emergerà"

Romagna | 19 Marzo 2017 Le Opinioni
«Io non ho ucciso nessuno. Anzi, ho sempre vissuto per aiutare gli altri e i pazienti in modo particolare. Non c’è cosa più distante da me di un assassinio. Non riesco ad accettare tutto quello che sta succedendo. Voglio uscire da qui e a testa alta». Con queste parole, nel gennaio 2015, Daniela Poggiali si difendeva, sulle pagine del settimanale Oggi, dall’accusa di aver ucciso una paziente con un’iniezione di cloruro di potassio. In carcere dall’ottobre 2014, quando i carabinieri la prelevarono dalla sua abitazione di Giovecca, la Poggiali è stata condannata, in primo grado, all’ergastolo nel marzo dello scorso anno dall’Assise di Ravenna e il 22 febbraio, davanti alla Corte d’Appello di Bologna, il Procuratore generale Luciana Cicerchia ha chiesto la conferma della condanna spiegando che «da qualsiasi parte si esamini la vicenda, non vi sono spazi per soluzioni diverse da una conferma del giudizio di responsabilità o alternative a sanzioni che lo Stato deve dare di fronte a condotte di questa gravità». L’ex infermiera dell’Umberto I di Lugo etichettata come «l’angelo della morte», il serial killer che decideva della vita e della morte dei pazienti del suo reparto, s’è sempre professata innocente. In questa intervista, ottenuta grazie al suo legale, Stefano Dalla Valle che l’ha raggiunta in carcere a Bologna, offre ai lettori di Setteserequi la sua versione dei fatti.
Lo scorso anno è stata condannata all’ergastolo e lei s’è sempre professata innocente. Come elabora il fatto di  essere stata giudicata colpevole?
«Penso che il processo di primo grado si sia svolto in clima inquinato dalla sovraesposizione delle foto (due scatti che la ritraevano con i pollici alzati al capezzale di una paziente appena deceduta ndr) , strumentalmente utilizzate per creare una immagine di me invisa a tutti, anche ai giudici popolari. E’ stato un errore immane farle, lo riconosco. Credo, invece, che quel clima non si sia ripresentato in Appello dove ai miei legali è stato concesso di rielaborare aspetti scientifici non correttamente esposti in Assise. Io non ho ucciso la Calderoni né nessun altro. Vorrei che la smettessero di chiamarmi “infermiera killer”».
Che rapporto ha con le altre detenute? le hanno mai chiesto di parlare
della sua vicenda processuale?
«Ho un buon rapporto con tutte e nessuna me l’ha mai chiesto espressamente. La maggior parte di loro è rispettosa della privacy ed ha lasciato a me la libera scelta di aprirmi o meno. Forse è stato più curioso il personale penitenziario».
E’ stata sempre presente in aula durante le udienze in Assise ed ha ascoltato le testimonianze del personale del suo reparto. Come si spiega la descrizione che hanno dato di lei sul lavoro e come persona?
«Sentire come mi hanno descritto le colleghe mi ha fatto crollare il mondo addosso. Pensare che una collega di lavoro possa dire di aver avuto paura di me in più circostanze perché ho un carattere forte e non le mando a dire mi ha lasciata senza parole. Avere al mio fianco colleghi forti e responsabili - e parlo anche del rapporto con i medici - secondo me costituisce un valore aggiunto. Io ho sempre detto le cose come stavano in reparto a tutti, anche senza tener conto della gerarchia. Il mio non è un reparto facile e ho sempre lavorato con passione e dedizione, senza mai tirarmi indietro ad una richiesta di sostituzione, perché amo la mia professione».
Ognuno di noi ha il proprio carattere, ma potesse tornare indietro c’è
qualcosa che cambierebbe nel suo  atteggiamento, quell’atteggiamento definito da molti «arrogante» e che ha portato in tanti a puntare il dito
contro di lei quando si sospettava di qualcuno in reparto sia per i furti
che per i decessi?
«Se potessi tornare indietro sarei meno ingenua invece che eccessivamente disponibile e sorridente con tutti. Trovo discutibile l’etichetta di “arrogante”: forse non sempre ho utilizzato la diplomazia che servirebbe in certi frangenti, come, ad esempio, con i parenti dei pazienti. Ma sono sicura che la risposta diretta e sicura è fonte di certezza nell’interlocutore ed evita illusioni».
La condanna ha, inevitabilmente, modificato la sua vita e i suoi rapporti
personali. Che rapporto ha oggi  con i suoi familiari? Qual è la sua figura di riferimento?
«Una simile condanna, il carcere, ti sconvolgono la vita anche se la sofferenza, invece di indebolire i rapporti li ha rinforzati. Oggi più che mai i miei punti di riferimento sono la mia famiglia, il mio compagno e la mia amica e collega Marica. Lo erano e lo sono ancora».
Che messaggio si sente di mandare ai parenti delle vittime coinvolte nel
suo processo?
«Il dispiacere per non aver saputo com’è morta la signora Calderoni e che il suo decesso sia stato attributo a me. Mi spiace per la vicenda assurda e dolorosa che ha accumunato i suoi parenti e la sottoscritta che spero si concluderà con una verità più rispettosa per tutti. Mi auguro che i familiari di una paziente riprendano a guardarmi con occhi diversi». (Marianna Carnoli)
 
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Non posso credere che sia stata capace di fare una cosa simile
23/03/2017 - tiziana
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