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Padre Badiali, 20 anni fa l'omicidio in Perù, il missionario dalla parte dei più deboli
18/03/2017 | Cronaca

Capelli e barba lunghi, due occhi verdissimi e molto luminosi, abbigliamento trasandato - blu jeans e un maglione qualsiasi - , scarponi ai piedi e chitarra in mano. Al di là dello stereotipo paleofreak anni Settanta, è questa l’immagine con cui tutti ricordano Padre Daniele Badiali, scomparso esattamente vent’anni fa, il 18 marzo 1997, in Perù, dove fin dal 1991 svolgeva la sua missione di sacerdote in una vastissima parrocchia sulla Cordillera Blanca, tra le Ande e il bacino del Rio delle Amazzoni. Stando sempre e comunque dalla parte degli ultimi.
Daniele Badiali è morto giovane, 35 anni, e in circostanze drammatiche: bloccato da un balordo a bordo della sua jeep nella notte del 16 marzo mentre tornava, con altre 6 persone, dalla messa domenicale, viene preso come ostaggio; lo scopo è probabilmente quello di chiedere un riscatto, ma qualcosa va storto e il corpo di Daniele viene trovato due giorni dopo in una scarpata, avvolto in un telo di nylon e con le mani dietro la schiena. Un colpo di pistola alla nuca lo ha ucciso.
 
GLI ESORDI NEL PROGETTO «MATO GROSSO»
Chi scrive conobbe Daniele nel lontanissimo 1978 al campo dell’Omg (Operazione Mato Grosso, raccolta ferrovecchio, vetri, carta) a Ronco, parrocchia presso la quale era nato sedici anni prima. Daniele dimostrava un po’ più della sua età e aveva già le idee chiarissime: non gli interessava fare carriera, soldi, successo. Avrebbe aiutato i poveri, anzi, i più poveri tra i poveri. E’ illuminante in proposito un suo tema del maggio 1979, conservato dal suo insegnante di lettere; il titolo è «Come pensi di impiegare in maniera costruttiva il periodo delle prossime vacanze?».
«Niente mare o monti - scrive -. Odio questo modo di trascorrere le vacanze perché a me personalmente non dà niente... Lavorerò gratis. Faccio parte di un movimento che lavora per i poveri dell’America Latina e che crede in un certo tipo di cose. Una fra le più importanti è il lavoro. Il lavoro è essenziale perché in questo modo porti avanti dei fatti e non delle parole. Di parole se ne dicono fin troppe ed io ho le orecchie piene di parole. Perciò per me il lavoro vissuto in questo modo è una cosa che ha sapore di libertà. E poi senti dentro proprio la voglia di lavorare, di dare te stesso per una cosa in cui credi e che non ha fini egoistici. Oggi si pensa ai propri comodi e basta... e se non impareremo a liberarci di noi stessi non potremo andare avanti. Il mondo è marcio, allora io non voglio marcirci dentro e l’unico modo è rovesciare la medaglia, cioè invece di accumulare per se stessi cercare qualche volta di dare quel che si è fatto... al mondo non sei solo, hai anche altre persone cui dare la tua fiducia, a cui puoi voler bene senza paura di rimanere fregato e con cui puoi vivere una vita assieme».
 
UNA STORIA CHE INIZIO’ NEGLI ANNI ‘70
Daniele Badiali è figlio del suo tempo e di quel «clima» di fine anni Settanta in cui una parte di giovani si ribella al consumismo già imperante e all’incipiente stagione del rampantismo, del «look», del tornaconto personale. E’ idealista, se vogliamo anche ingenuo, è pauperista non per scimmiottare San Francesco ma perché sente nel profondo la vacuità dei valori effimeri che si stanno diffondendo, tutti legati all’affermazione individuale e materiale. Nel ricordo di chi scrive, Daniele - assieme a Giorgio Nonni, un faentino quasi altrettanto giovane ma che ha già trascorso due anni in un lebbrosario brasiliano - è sicuramente il più carismatico fra quegli «straccioni» che passano le vacanze a raccattare ferrovecchio per i poveri invece di andare in discoteca. E’ anche il più sereno e sorridente, malgrado i suoi scritti che rivelano un’interiorità inquieta, autocritica, del tutto priva di sicumere. Daniele viene infine da famiglia contadina. Non si tira indietro, sa rimboccarsi le maniche, ha senso pratico e amore per una vita essenziale, semplice, anche se infarcita di lavoro duro.
 
DA TREBBANA FINO AL PERU’
Avvicinatosi a don Antonio Samorì (suo parroco a Ronco, prete «scomodo» e poco allineato, più avvezzo al badile e alla cazzuola che ai messali e già impegnato nel recupero di chiese abbandonate di montagna, come Trebbana o Gamogna, o, più tardi, Lozzole) e a don Dionisio Vittorietti della parrocchia faentina di San Giuseppe, Daniele si immerge sempre più nel volontariato: nel ’78 va in Friuli subito dopo il terremoto e così pure nell’80 in Irpinia. Svolge servizio civile presso la parrocchia di San Giuseppe dopodiché, nel 1984, parte per Chacas, in Perù dove resterà due anni a fianco dell’amico Giorgio Nonni e di padre Ugo De Censi, salesiano, fondatore dell’Omg. Tutti impegnati in una casa parrocchiale frequentata da diseredati, ragazzi di strada, senzatetto. Torna in Italia nel 1986 per entrare nel seminario di Bologna e nel 1991 viene ordinato presbitero a Faenza. Un mese dopo riparte per il Perù dove va a reggere una parrocchia appunto vastissima, comprendente più di 60 paesini sparsi in un territorio di montagna, quasi completamente privo di strade. A latere svolge anche un’attività alpinistica che, pur non fine a se stessa, ha sempre praticato, fin dalle escursioni giovanili in Val Formazza e fin dai campi di lavoro nei relativi rifugi dell’Omg. Amante della natura, del silenzio e del camminare, Daniele nel 1994 scala lo Huascaran che con i suoi 6.768 metri è la vetta più alta del Perù. Assieme ai suoi ragazzi dell’oratorio costruisce un rifugio sul Pisco, un monte di 4.600 metri, i cui proventi serviranno per aiutare i poveri. A partire dal 1996 comincia ad accogliere nella casa parrocchiale bambini disabili. Poi si arriva all’anno dopo e il cerchio si chiude. (Sandro Bassi)
 
 
 

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