IL CASTORO | Bruno Neri, il calciatore partigiano

Faenza | 04 Agosto 2017 Blog Settesere

Anche se tutte le domeniche i tifosi frequentano lo stadio a lui intitolato, il suo è ormai soltanto un nome sbiadito sui libri di storia e solo i più appassionati ricordano le gesta di quello che è stato uno fra i più talentuosi calciatori faentini. Bruno Neri, nato a Faenza il 12 ottobre 1910, si avvicinò al calcio insieme al fratello maggiore Gaetano, con il quale debuttò appena quattordicenne nelle fila del Faenza, allora militante in Seconda Divisione, dove giocò per cinque anni. In questo periodo perfezionò il suo passaggio dal ruolo di terzino a quello di mediano e migliorò in maniera decisiva le proprie abilità tecniche e tattiche, tanto da balzare all’attenzione di squadre blasonate. Nell’estate del 1929, infatti, avvenne il trasferimento, per 10 mila lire, alla Fiorentina, società giovane ma già molto ambiziosa, militante in Serie B; con la nuova squadra centrò, nella stagione 1930-31, la promozione in Serie A, già sfiorata l’anno precedente. Bruno compose per altri 5 anni l’inossidabile linea mediana dei gigliati, vero motore della squadra, in grado di piazzarsi addirittura al 3° posto nella massima divisione nella stagione 1934-35. In questi anni continuò a distinguersi, oltre che per la serietà e la professionalità, anche per le spiccate doti agonistiche e tecniche, ottenendo riconoscimenti dalla stampa sportiva e soprattutto attirando su di sé l’attenzione di Vittorio Pozzo, tecnico della nazionale italiana, nella quale disputò tre partite. Dopo 7 anni, 189 partite e 1 gol, nel 1936 Bruno Neri salutò Firenze passando alla Lucchese e quindi al Torino, fortemente voluto dall’allenatore ungherese Erbstein. Prima di terminare la carriera agonistica, militò con grande onore nelle file dei granata per tre stagioni, ottenendo un 2° posto in Serie A e la definitiva consacrazione calcistica, ma soprattutto coordinando il folto gruppo di giovani promesse che composero poi il Grande Torino. Bruno Neri, però, è stato molto più di un semplice calciatore: alla sua carriera calcistica affiancò infatti uno stile di vita colto e raffinato, decisamente inusuale per uno sportivo del tempo. Lettore accanito, appassionato di arte e poesia, frequentava spesso musei e pinacoteche e intratteneva relazioni con scrittori, poeti ed attori al Caffè delle Giubbe Rosse di Firenze. Tuttavia, ciò che più lo contraddistinse in quell’Italia soffocata dal fascismo fu il gesto che compì il 10 settembre 1931, quando, all’inaugurazione del nuovo stadio Giovanni Berta di Firenze, presenziata dal Duce, rifiutò di alzare la mano al cielo nel tipico saluto romano. Anche negli anni a venire, Neri confermò la sua disapprovazione nei confronti del regime e nel pieno del secondo conflitto mondiale, in seguito all’armistizio di Cassibile, rimase coerente alle sue posizioni. Grazie alla conoscenza del cugino Virgilio, esponente dell’Organizzazione per la Resistenza Italiana, dopo l’8 settembre 1943 entrò nelle file dei partigiani con il nome di Berni, battendosi contro i tedeschi e i repubblichini sulle colline dell’Appennino tosco-romagnolo in qualità di vicecomandante della Brigata «Ravenna».

Il 10 luglio 1944, mentre svolgeva una ricognizione nei pressi dell’Eremo di Gamogna, vicino a Marradi, venne sorpreso dai tedeschi e ucciso insieme al compagno Vittorio Bellenghi, comandante della Brigata. Soltanto due anni più tardi, l’11 luglio 1946, il consiglio comunale faentino gli intitolò lo stadio che ancora oggi porta il suo nome. Per scoprire di più sull’uomo Bruno Neri, il Castoro ha intervistato Italo Neri, figlio di Virgilio. «Bruno -ricorda Italo - era apartitico, come Virgilio, li si potrebbe definire progressisti e repubblicani, vicini al Partito d’azione; benché molti componenti della sua Brigata fossero comunisti, non era così legato al Partito comunista come qualcuno disse in seguito. Era sempre stato nettamente antifascista, il suo ideale politico era la piena giustizia e libertà in uno stato democratico; divenne vicecomandante perché era maturo, aveva una naturale vocazione al comando».

Un personaggio fuori dal comune, dunque, che merita di essere ricordato per la sua personalità forte, dotata di una grande tenacia e di un’inarrestabile determinazione che lo portarono a raggiungere grandi obiettivi, dentro e fuori dal campo.
 

Lorenzo Tani

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