RACCONTINO DELLA SERA | La fontana di Trebi di Gianni Parmiani

04 Maggio 2017 Blog Settesere

La fontana di Trebi

 
Ci sono cose che entrano a far parte di una memoria collettiva planetaria e restano lì in eterno, incancellabili nei secoli; e c'è una memoria personale che naviga in un mondo (forse) trascurabile, fatto di episodi sconosciuti o conosciuti solo da pochissimi individui. Può succedere che in una quieta sera romana questa piccola memoria individuale riesca ad avere la meglio sui grandi miti indiscussi che hanno fatto la storia; può accadere che una sera, in una imprevista sera romana, un'umile memoria personale prepotentemente prenda il sopravvento e, senza provare la benché minima vergogna, si prenda una sciocca e irriverente rivincita.
 
Sto passeggiando tranquillo per via del Lavatore, quando, giungendo in piazza Trevi, trovandomi di fronte lo scenario maestoso e suggestivo della più grande e famosa fontana della città eterna, in mezzo alle tante persone arrivate da ogni angolo del mondo intente ad immortalarsi o a farsi immortalare con alle spalle questo luogo-simbolo universalmente conosciuto, mi viene in mente mio nonno. Che strano. Io mi ritrovo per caso lì e proprio lì, mentre mi riempio gli occhi di tanta bellezza, mio nonno mi compare davanti. E' arrivato prima lui, bruciando sul tempo Anita Ekberg e il suo «Marcello, come here! Hurry up!». No, non è che non mi balzarono alla mente anche le generose forme dell'attrice svedese immersa nella acque della fontana in una delle scene più famose di tutta la storia del cinema mondiale, ma la Ekberg mi si mostrò in tutta la sua luminosa bellezza soltanto dopo che avevo esaurito il ricordo di mio nonno e della «sua» per me famosa ed indimenticabile fontana di... Trebi. Forse dovrei preoccuparmi. Ma tant'è. E allora, ricordo...
 
Un giorno di tanti anni fa, mio fratello ed io eravamo a casa coi nonni materni: nonno Nino (e' mulnér) e nonna Gianina. Avevamo appena terminato il pranzo quando nonno Nino cominciò a raccontare. A dire la verità non ricordo bene come giungesse a quella sua curiosa similitudine, fatto sta che ad un certo punto, al culmine della storia, per descrivere un'abbondante ed improvvisa fuoriuscita di acqua, Nino e' mulnér si avventurò in una analogia che terminava così: «...che la m' paréva la funtâna di Trebi!». (...che mi sembrava la fontana di Trebi).
Mio fratello ed io non mmo in tempo a correggerlo che nonna Gianina, prontamente intervenne: «Mocchè mai! Mo cus a dit?» (Macchè! Ma cosa dici?).
Già il sorriso era apparso sulle labbra di noi nipoti. Entrambi si stava ancora annuendo quando la nonna (ahinoi!) pensò (ahilei!) di continuare, rimarcando l'errore del nonno: «La n s' ciâma mìga Trebi! La s' ciâma Trevis!». (Non si chiama mica Trebi! Si chiama Trevis!)
Io e mio fratello, in preda ad una irrefrenabile «sgrègna», non eravamo nelle condizioni di poterla correggere. Ma Nino e' mulnér aveva immediatamente mangiato la foglia e per ottenere una conferma che fino a quel momento aveva solo supposto, ndosi serio, ci chiese: «A s' ëla mo sbagliêda nênca lì?».(Si è dunque sbagliata anche lei?). La risposta arrivò all'unisono: «Sì, nonno... Trevi. La fontana si chiama fontana di Trevi».
Nino e' mulner si girò verso la moglie e con calma olimpica la interrogò: «Quânti vôlt a i sit stêda tè a Roma?»; (Quante volte ci sei stata tu a Roma?). «Tre vôlt!», fu la pronta ed orgogliosa risposta della Gianina.
Nino e' mulner non si scompose e guardandola negli occhi, serafico, ribattè: «Dam mént a me: l'è mèj che t' a i véga nênca!». (Dammi retta: è meglio che tu ci vada di nuovo!).

Bè, in quella mia tiepida serata romana Nino e' mulnér aveva battuto Federico Fellini uno a zero.
Il ricordo di una piccola storia avvenuta in un piccolissimo e sconosciuto paesino aveva avuto la meglio su una grande storia accaduta in una delle metropoli più famose del mondo. Ma queste cose possono succedere quando si gioca sul terreno dei pensieri del cuore. Non c'è nulla di cui vergognarsi. Anzi, mi piace immaginare che anche il grande maestro del cinema si sia divertito quella sera a perdere, per una volta, contro Nino e' mulnér. E l'abbia presa con spirito. Con spirito di romagnolità. E, schietto, anche lui abbia sorriso, magari prendendo appunti. Perché in fondo, in quella strana sera, dentro una piccola romagnolità, aveva trovato posto tutta la meraviglia di Roma.

 
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