Raccontino della sera di Gianni Parmiani

18 Aprile 2017 Blog Settesere
Un fotogramma di felicità
 
Ero un bambino di otto o nove anni (non lo ricordo con precisione) quando mio nonno paterno mi portò al cinema Ramenghi di Bagnacavallo a vedere “Deserto Rosso” di Antonioni.
Qualche anno prima la pellicola, con protagonisti Monica Vitti e Richard Harris, aveva ricevuto a Venezia il Leone d'Oro come miglior film. Ero emozionato. E lì seduto su quella sedia di legno, a fianco di mio nonno Mario, non vedevo l'ora che il film cominciasse. Che strano vedere un bambino che preferisce “Deserto Rosso” di Michelangelo Antonioni a “Il libro della giungla” di Walt Disney! Che bello vedere un bambino così precoce, interessato alla cinematografia d'autore e a temi importanti come la crisi della borghesia, l'industrializzazione selvaggia dove le ciminiere soverchiano, sconfiggendoli, i pini marittimi in una Ravenna disumanizzata; un bambino non tanto attirato dalla trama, quanto, piuttosto, dall'introspezione psicologica dei personaggi; un bambino seriamente affascinato da sentimenti e situazioni come l'alienazione, il malessere, lo smarrimento, il grigiore, il “male di vivere”, la depressione, la crisi di coppia...  D'accordo, è vero: se fosse stato veramente così, la cosa sarebbe stata più preoccupante che confortante e mio nonno avrebbe fatto meglio, quella domenica pomeriggio, a portarmi a vedere qualche film certamente più adatto ad un bambino. In realtà, nella mia spasmodica attesa, non c'era proprio nulla di straordinario o, peggio, di inquietante. Perché è assolutamente naturale e comprensibile che un bambino di otto o nove anni non veda l'ora di vedere il proprio zio recitare in un film, tra l'altro al fianco di una attrice dall'indiscussa bravura come Monica Vitti. Solo pochi secondi, è vero; soltanto qualche battuta, niente di più. Ma quello sul grande schermo che recitava con la Vitti era proprio lui, mio zio Arturo! Ricordo ancora il sorriso che accompagnava i miei occhi sgranati su quelle poche immagini e ricordo ancora chiaramente la soddisfazione per quel regalo ricevuto da nonno Mario, che non si limitò a portarmi a vedere il film, ma con mia grande gioia ed emozione, alla fine, mi accompagnò anche in cabina di proiezione dove lo storico addetto Vincenzo Gianstefani mi regalò un fotogramma estratto dalla pellicola di celluloide. Un fotogramma che ancora oggi è racchiuso in un telaietto di plastica per diapositive, al quale è applicata una scolorita etichetta con sopra scritto: Deserto Rosso – Arturo Parmiani e Monica Vitti. (Ovviamente in rigoroso ordine di importanza...)
Allora, bambino di otto/nove anni, del film non ci capì quasi nulla. Può anche essere accaduto che la lentezza con la quale la pellicola procedeva mi avesse conciliato il sonno, e perciò, dopo la scena per me più importante, me lo sia dormito tutto... Chissà... Non ricordo... Quello che ricordo del film lo ricordo soltanto perché poi mi capitò di rivederlo, con curiosità ed interesse, in età più matura. Rividi la drammatica e famosa scena in cui la grande Vitti dice “mi fanno male i capelli, gli occhi, la gola, la bocca...”,  rividi la Ravenna delle ciminiere, rimanendo affascinato dalla fotografia di De Palma...Lo rividi senza prendere sonno e mi colpì. Ma devo ammettere che quello che mi colpì di più fu il mio sorridere alla scena con mio zio, quella in cui mangia il panino e poi lo porge ad una Monica Vitti desiderosa di mettere qualcosa sotto i denti, perché quel mio sorriso – ne sono certo - era lo stesso, identico, di allora, anche se, questa volta, il motivo era diverso. Ricordo che avevo appena  pensato “oggi me lo rivedo senza dormire e tutto intero”, quando scioccamente mi venne in mente che forse la pizza che stavano proiettando in quel momento era la stessa che tanti anni prima era passata dal cinema Ramenghi di Bagnacavallo e alla quale mancava un fotogramma. E così mi venne da sorridere. Anche quella volta , pur stando sveglio, non lo avrei visto tutto intero. Nessuno, in quella sala, quella sera, lo avrebbe visto tutto intero. Ma nessuno se ne sarebbe accorto. Magari qualcuno si sarà pure chiesto, guardandomi, che cosa mai ci fosse da sorridere in un film così impegnato e drammatico. Niente... Non ci potevo fare nulla: quel ricordo mi va sorridere... Ma fu solo per un momento, giuro; prima di rituffare i miei occhi attenti nell' immensa “alienazione cromatica” del grande maestro Antonioni, inconsapevole di aver regalato ad un bambino ormai adulto un fotogramma di felicità.
 
 
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